GIUSEPPE MAZZINI 1805- 1872
Origini familiari e formazione
Giuseppe Mazzini nacque a Genova nel 1805, in una famiglia borghese nota e benestante. Era l’unico figlio maschio e aveva tre sorelle. Il padre, Giacomo, era un medico stimato ed ex giacobino; con il passare degli anni, tuttavia, attenuò molto il proprio credo politico fino al punto di criticare la militanza del suo grande figliolo.
La madre, Maria Drago, era invece una donna profondamente religiosa, di orientamento giansenista, che fece educare il figlio secondo questi principi. Tuttavia univa alla spiritualità un forte impegno civile: per questo fu molto vicina agli ideali patriottici e rivoluzionari di Mazzini, al punto da mantenere legami segreti e rischiosi negli anni della Carboneria clandestina. La sua casa divenne rifugio di molti perseguitati politici. Da lei Mazzini ereditò il rigore morale e gran parte dei propri valori. È difficile rendere l’importanza storica di questa donna: basti pensare che studiava instancabilmente, giorno e notte, per accompagnare e sostenere la crescita intellettuale del figlio. Tra i tanti episodi possiamo citare la morte di Jacopo Ruffini, un carissimo amico di famiglia, che si suicidò in carcere per sfuggire alle torture. Maria Drago scriveva consapevolmente in italiano, rivendicando la necessità di una nuova lingua nazionale, mentre, per esempio, Cavour spesso parlava e scriveva in francese. Quando morì, una folla di circa tremila persone, tra cui molti operai, seguì il suo funerale. È evidente che Mazzini abbia tratto da lei l’idea dell’importanza di estendere l’istruzione e il voto alle donne. L’unico momento di crisi tra madre e figlio si verificò quando Mazzini abbandonò il giansenismo come religione personale.


Mazzini, a soli 22 anni, nel 1827 aderì alla carboneria. Nel 1830 venne arrestato per la prima volta e passò un anno in carcere. Quando uscì (1831) fondò un nuovo movimento politico denominato “La Giovane Italia” nel quale fece confluire l’esperienza critica maturata precedentemente. La prima critica era subito enorme: infatti la carboneria restava monarchica anche se si illudeva di ottenere una costituzione dai re, mentre M voleva una repubblica a forte partecipazione popolare, concetto che si avvicinava molto al futuro suffragio universale. La seconda sembrava metodologica ma era sostanziale: la carboneria si presentava come una setta quasi esoterica (riti di stampo massonico) molto lontana dal popolo sia per lo stile che per il livello culturale, mentre per M non solo doveva restare in stretto contatto ma addirittura educarlo verso una rivoluzione culturale vera e propria. Nasce con Mazzini la idea che la ideologia debba diventare una forma di pedagogia popolare. Tuttavia non si rendeva conto che tutto ciò era anche dettato dalla ferocia della clandestinità per sottrarsi alle infiltrazioni della polizia segreta. Infatti molte azioni mazziniane fallirono proprio perché la polizia sapeva già tutto in partenza in quanto i programmi erano già stati esplicitati al popolo. In tutti i casi nel 1834 M organizzò una insurrezione vera e propria che doveva collegare la Savoia ai rivoltosi di Genova. Il fallimento di questa operazione lo convinse sempre di più a puntare sulla “Giovane Italia” mentre ormai pendeva sulla sua testa una condanna a morte in contumacia. Negli anni 1835-1848 il suo progetto parve arenarsi di fronte a difficoltà insormontabili e nuove tragiche sconfitte in particolare quella dei fratelli Bandiera nel 1844 che cercarono per la prima volta di far insorgere il sud partendo dal nord. Tuttavia proprio nel 1848 la grande fiammata rivoluzionaria che scosse l’Europa aprì la strada agli anni più gloriosi della epopea mazziniana.
L’insurrezione di Venezia subì l’influsso dei mazziniani solo in parte e tardivamente, ma in quella romana M fu protagonista assoluto essendo a capo del triumvirato che la governava. Questo episodio fu di enorme importanza per molti aspetti:
-diede per la prima volta a M un grande palcoscenico nazionale e internazionale sulla sua figura e sulle sue idee.
– vide confluire nella città moltissimi eroi che in seguito morirono in combattimento in primis Goffredo Mameli a soli 21 anni; tra i sopravvissuti Bixio e Pisacane che ebbero anche in seguito ruoli di primordine.

– permise a M di conoscere Garibaldi che divenne ben presto il vero capo militare della lotta
– nella fase finale, prima della tragica resa ai francesi invasori, venne emanata una costituzione che fu il documento più importante e moderno elaborato dal pensiero mazziniano di contro all’eterno oscurantismo medievale della chiesa (che di lì a poco proclamerà addirittura la infallibilità del papa). Dopo la sconfitta della Repubblica romana, Mazzini visse un periodo durissimo in esilio a Londra. Nel 1853 fondò a Ginevra il Partito d’Azione, nel tentativo estremo, ma ormai sempre più difficile, di contrastare l’inesorabile avanzata dei Savoia. È utile ricordare che, durante la Resistenza, lo stesso nome fu ripreso da un importante gruppo non comunista, di ispirazione mazziniana e socialista, che si distinse per numerosi atti eroici. Dopo la guerra, quel gruppo tentò ancora disperatamente ma inutilmente, di impedire che Togliatti tornasse a convalidare i Patti Lateranensi di mussoliniana memoria.
Nel 1857 fallì l’ennesimo tentativo insurrezionale nel Sud, guidato da Pisacane e concluso in un massacro.

La sua figura resta particolarmente importante perché, in un certo senso, teneva insieme due appartenenze: quella mazziniana e quella socialista, a testimonianza di una possibile confluenza iniziale tra le due tradizioni. Ciò che non riuscì a Pisacane riuscì invece a Garibaldi con la vittoriosa spedizione dei Mille del 1860. I rapporti tra Mazzini e Garibaldi furono complessi e spesso burrascosi. Mazzini era estremamente rigoroso, talvolta persino fanatico; tuttavia, occorre chiedersi se valori come repubblica e democrazia possano davvero ammettere margini di compromesso. Per lui, evidentemente, non potevano. Garibaldi, al contrario di quanto spesso si pensi, non fu soltanto un idealista: fu soprattutto un uomo d’azione, dotato di un fortissimo senso realistico e pragmatico. Non voleva perdere, non voleva mandare i suoi uomini al massacro e valutava attentamente i rapporti di forza. Per questo, dopo la bruciante sconfitta di Roma, rinunciò dolorosamente alla repubblica e alla democrazia immediata, scegliendo la necessità di uno Stato unitario, anche sotto l’egemonia dei Savoia. Per Mazzini fu un tradimento, anche se i rapporti con Garibaldi non si interruppero mai. Si racconta che, all’inizio, Mazzini avesse definito l’impresa dei Mille una spedizione coloniale dei Savoia, destinata a portare solo disgrazia; cambiò atteggiamento soltanto quando vide che l’impresa risultava comunque vittoriosa. Tuttavia a posteriori, Mazzini ebbe ragione: i Savoia tradirono il popolo meridionale, colpendolo duramente sul piano militare, economico e sociale ingaggiando ben presto una terribile repressione sanguinosa (1861-1875). Sarebbe assurdo considerare Garibaldi un mercenario venduto. Avrebbe potuto attaccare l’esercito sabaudo, sconfiggerlo, risalire la penisola e cacciare definitivamente il papa da Roma. Non lo fece, con grande amarezza di Mazzini, perché consegnare il Sud al re gli apparve il prezzo necessario per garantire finalmente l’unità del paese ed evitare una terribile guerra civile. In seguito Garibaldi continuò comunque a lottare contro il potere temporale e, una volta entrato nel nuovo Parlamento, cercò in ogni modo di aiutare i mazziniani. Visse gli ultimi anni in esilio a Caprera senza particolare agiatezza; se fosse stato davvero un mercenario, si sarebbe arricchito e avrebbe smesso di attaccare il papa, evitando anche gravi rischi personali, come dimostrò nelle vicende dell’Aspromonte (1862) e di Mentana (1867).