Maschere del teatro greco

ILLUMINISMO CONTRO L’ASSOLUTO – ESISTENZA E VERITÀ

LA CRISI DELLA VERITA’ E UN NUOVO LAICISMO

LA CRISI DELL’ILLUMINISMO E LA NECESSITA’ DEL SUO RISORGIMENTO

OSA PENSARE (KANT)

ILLUMINISMO E CRITICA TOTALE

ROUSSEAU, ROBESPIERRE E LA CRISI DEL COMUNISMO

LA CRITICA AL POSITIVISMO (E ALLA TECNICA)

LA CRITICA ALLA TEORIA WOKE

LA FILOSOFIA E LA VERITA’ CONTRO L’ASSOLUTO

ASSOLUTO E LINGUAGGIO

UN’ALTRA CONCEZIONE ASSURDA DELL’ASSOLUTO:L’INFINITO SECONDO HEGEL

ASSOLUTO IN QUANTO DIVINO

ASSOLUTO MATERIALE

ASSOLUTO LOGICO

SOCRATE E KANT CONTRO L’ASSOLUTO

LA SCIENZA CONTRO L’ASSOLUTO

LA CRISI DELLA VERITA’ E UN NUOVO LAICISMO

Prima di tutto facciamo una importantissima premessa formale e metodologica che sembra escludere la vera concretezza e che invece ci indirizza proprio nel cuore della faccenda. Infatti diciamo subito che non possiamo partire da una apologia della verità assoluta, da una presunta ma inesistente completezza e certezza della verità totale. In tutti i casi come escludiamo una divinizzazione della verità, così escludiamo una verità del divino. Puntare su una cultura laica e neo illuminista proprio nel momento della sua massima crisi ci porta in questa direzione: denunciare che tutte le più importanti crisi che attanagliano il mondo moderno derivano dalla terribile zavorra del pensiero magico, ossia dal culto di simboli tossici ipostatici e feticizzati al disopra di tutto: in pratica dal principale nemico che l’illuminismo ha sempre attaccato a spada tratta. Se ci siamo dimenticati di questo la colpa è della globalizzazione, delle religioni, di una certa antropologia facile e buonista la quale non ha solo predicato la tolleranza per le persone (giusto) ma anche per le religioni stesse e per tutte le forme culturali basate solo su simboli e una emotività tanto infantile quanto infondata; ma questo era ed è sbagliato, non possiamo tollerare le religioni e i miti che sul piano cognitivo si basano tutti su una falsificazione fantastica della realtà. Certo non possiamo e vogliamo contestare il loro valore enorme sul piano della nascita della cultura, sul piano della catarsi emotiva ed artistica, ma solo se si conoscono le istruzioni per l’uso (se si conosce il bugiardino, il valore della medicina mito, ma anche tutte le contro indicazioni del caso) perché il sogno della ragione genera sempre mostri; ma a dire il vero anche la ipertrofia della ragione come Hegel ci insegna suo malgrado: questo però è sempre un altro mito come volevasi dimostrare. Il mito è l’assoluto, ma l’assoluto è la morte: principalmente della verità ma anche degli uomini quando sono costretti dalle loro magiche illusioni a superare i limiti umani. Certo il potere del simbolo ci da il significato di un idealismo originario e di una forma di onnipotenza alla base della condizione umana: ma è una onnipotenza rovesciata e in definitiva perdente altrimenti il simbolo, se fosse vincente, farebbe in modo che anche oggi dominasse la magia. Ci sono maghi, profeti e filosofi molto particolari che promettono le stesse cose per via logica. In questo modo pur di raggiungere la verità assoluta e l’eternità finiscono per ingannarla del tutto: cioè per inventarsela rivendicando una dimensione che comunque resta fantastica. Così gli antichi egiziani pensarono di inventarsi e produrre la eternità impedendo la corruzione dei corpi imbalsamandoli; i cristiani si aiutarono in tale operazione di eternizzazione pensando che dentro a un po di farina bagnata ci stesse dio e naturalmente mangiandoselo; Severino ha pensato di salvare la eternità con una formula filosofica e logica brevissima : l’essere è e non può non essere. In questo modo ha pensato che questo da solo bastasse a sovvertire l’ordine apparente dell’universo come si presenta a tutti tranne che a lui: annullando il divenire tutto resta ererno. Ma era solo una esternazione fonetica e una espressione linguistica fine a se stessa; se non fosse così tutte le formulazioni matematiche ( logiche geometriche ecc) ogni volta che esprimono qualcosa di formalmente perfetto e necessario dovrebbero avere per forza un corrispettivo nella realtà come voleva Severino col suo estenuante ritornello ontologico. Il fatto che ci sia così bisogno di assoluti e di eternità, non significa che non sia comunque importante cercar di far crescere i livello di cultura e di coscienza critica delle persone: questa è da sempre la vera battaglia illuminista. Forse che la enorme diffusione della droga dovrebbe impedirci di combatterla? Certo uno dei grandi limiti dell’illuminismo consiste nel fatto che anche se apri gli occhi agli uomini li richiudono subito, giacché gli dei (inconscio singolo e collettivo) accecano coloro che vogliono perdere. Ovviamente non basta combattere le teorie le visioni del mondo in se stesse, ma occorre bonificare le condizioni economiche e sociali che le rendono psicologicamente necessarie. Ma noi se vediamo uno che sta per suicidarsi dobbiamo lo stesso cercare di fermarlo: poi la va come la va. In realtà in base a una certa teoria post moderna ( a cui aderiamo) che stigmatizza la sintesi attuale del peggior medioevo c del peggior tecnicismo, viviamo a contatto con gente che esalta direttamente i simboli e il mito e con altri che lo nascondono dietro al trionfo tecnologico. Ma questo subdolo giochetto lo avevano già fatto le ideologie nascondendo simboli catastrofici dietro a pseudo concetti. In realtà oggi come oggi tutte le religioni sono responsabili a vario titolo dei mali del mondo (principalmente la guerra) ne più ne meno che nel passato e come pure le ideologie di ieri e i oggi. Mettere sullo stesso piano la venere di Milo e le società che praticano infibulazione, cannibalismo, che magari si mangiano i morti non è accettabile sul piano morale e cognitivo e farlo ci porta a forme di nichilismo e confusione totale. Ora le macchine e la tecnologia non sono il potere in se stesso (anche) ma sono soprattutto quello che da una immensa forza di seduzione e prevaricazione a questi simboli. Infatti secondo noi l’uomo diventa schiavo soprattutto nel cervello prima che nel cuore e nel fisico: molto prima di manovrare una macchina è già manipolato nel cervello. Per esempio nel caso dell’automobile: ecco il mito della velocità, dell’apparire, della scalata sociale, della potenza sessuale traslata, ecc ecc. Tutto tranne una sana mobilità sociale. Se l’uomo non fosse mentalmente prigioniero di simboli non sarebbe nemmeno schiavo delle macchine che in realtà lo ipnotizzano ben al di la degli scopi e della manipolazione utilitaristica. Per fare un altro esempio il cellulare è prima di tutto il simbolo nichilista del grande vuoto, ossia di tutto quello che manca ai ragazzi: la famiglia, il dialogo, la società, la maturità psichica ecc. Subito dopo si riempie di negatività e diventa il simbolo più grande della falsa sicurezza e onnipotenza magica che da loro la illusione di padroneggiare le immagini del mondo mentre ne sono schiavi con tutto quello che consegue. Anche nel medioevo la gente era prigioniera di immagini religiose: magari erano straordinariamente belle (almeno quello!); adesso sono decerebrati dal nuovo dio ossia la religione della merce immagine e viceversa. Infatti queste sono sempre veicoli di messaggi subliminali spesso terribili. Ora che siano prodotti spontanei dell’inconscio collettivo o sapientemente suscitati dal potere, in tutti i casi sono sfruttati e manovrati da esso per i suoi massimi scopi: perseguire l’interesse militare, economico e politico di pochi anche a costo di portare il mondo intero alla rovina, rendere le masse cieche e impotenti di fronte alla gravità sempre più incombente e pericolosa di questo precipizio. Gravità che richiederebbe un livello molto alto di un nuovo riformismo rivoluzionario di tipo socialista e illuminista. In mancanza del quale siamo evidentemente spacciati. Almeno avere coraggio di dirlo fuori dal coro, mentre dentro al coro mediatico tutti gli accoliti continuano con le loro farneticazioni rituali: naturalmente preti compresi. La chiesa giustamente tuona contro la guerra (almeno quello), nel contempo continua a indicare nelle religioni la salvezza del mondo dimenticando che :

  • la guerra in ucraina è una guerra civile tra ortodossi (oibò!)
  • la terribile guerra in Palestina è il frutto principalmente di feroci fanatismi religiosi

Dunque abbiamo la morte delle ideologie ma nel contempo la sopravvivenza della religione come se anche questa non fosse ideologia, e anzi come se non fosse la principale responsabile del nichilismo valoriale conseguente. La religione é ideologia non solo la prima e quella originaria, ma ancora adesso talmente forte che, mentre tutte le altre spariscono, sopravvive sempre a se stessa sia pure in via di dimagrimento. La stessa crisi della scienza e della tecnologia è stata originata dal Positivismo, ossia da un modo molto particolare e ambiguo di intendere la scienza più vicino alla religione e alla metafisica che a un sano spirito laico e scientifico vero e proprio . Uno spirito laico che significa attestarsi a quello che si vede e che si tocca soprattutto se è fatto al livello più alto con sperimentazione scientifica; o per lo meno a quello che è altamente probabile sempre con senso critico ma non fidarsi affatto di tutto quello che vola nel cielo delle verità dipinte, nel mondo fantastico di simboli assurdi e di concetti estremi. Questo non è affatto crasso materialismo ma il tentativo di sposare insieme il miglior pragmatismo con la filosofia critica e la scienza critica ( che poi sono la stessa cosa)fino al punto di far convergere il tutto con le migliori istanza di un neo illuminismo riveduto e corretto. Subito dopo la prima guerra mondiale Benda scrisse “Il tradimento dei chierici” :oggi chi non capisce questo appartiene a quel genere di traditori.

LA CRISI DELL’ILLUMINISMO E LA NECESSITA’ DEL SUO RISORGIMENTO

Naturalmente l’illuminismo è stato un processo storico e culturale enorme e straordinariamente complesso che veniva da molto lontano. Possiamo elencare i seguenti contributi:

-lo spirito di libertà ed emancipazione, soprattutto individuale che veniva dal Rinascimento : aspetto che finiva per coincidere col bisogno di liberarsi da una cappa religiosa e teologica soffocante.

-l’esaltazione del lavoro dal protestantesimo contro l’ozio dei nobili e dei preti

-lo spirito della nuova scienza di Galileo: i fatti (quelli veri e sperimentati) contro i dogmi della metafisica inconcludente e astratta e peggio ancora, contro quelli ancora più assurdi della religione.

– l’idea di tolleranza totale che proveniva dal terribile ricordo delle sanguinosissime guerre di religione; senza che però questo implicasse la rinuncia a criticare la religione, cosa di cui oggi incredibilmente tutti si sono dimenticati completamente fagocitati dalla globalizzazione e dal suo falso egualitarismo. Siamo tutti uguali come persone ma non sul piano culturale e valoriale celebrando la inclusione a tutti i costi.

Tutto questo è culminato nella esaltazione dei diritti dell’uomo (libertà, fraternità, uguaglianza) dalla rivoluzione francese; peccato che questa ha rappresentato l’apice del movimento ma anche l’inizio sella progressiva decadenza. Evidentemente una rivoluzione molto aggressiva e sanguinaria in realtà non andava d’accordo con questo potente respiro valoriale progressista, anzi in un certo senso lo tradiva e svalutava.

Certo tutto questo non sarebbe mai sorto se la nascente borghesia non avesse avuto bisogno con impellente necessità storica di smantellare il potere della nobiltà, non solo sul piano della gestione del potere, ma anche culturale , prefigurando una nuova mentalità e un mondo completamente diverso. Per fare questo ha dovuto allearsi col popolo (contadini, artigiani, i primi operai): aspetto verificatosi con modalità in parte simili e in parte diverse ai tempi della rivoluzione inglese (1642-1651) e poi di quella francese (1789-1799). In tutti i casi alla fine la borghesia è tornata ad allearsi sciaguratamente con la nobiltà come accadde mirabilmente con la nascita della borghesia nobiliare “inventata” da Napoleone: purtroppo un altro aspetto molto importante della inversione di rotta e della decadenza dell’illuminismo. A partire da questo momento avremo due borghesie contrapposte: da una parte quella rimasta illuminista e progressista che farà nascere il partito repubblicano prima e quello socialista poi; dall’altra la borghesia che puntando solo sulle sue capacità imprenditoriali mirerà alla conquista del potere economico e politico. Sarà lei la vera fautrice della rivoluzione industriale con tutti i benefici e i malefici connessi. Tuttavia in definitiva l’illuminismo è stato soprattutto una rivoluzione culturale prima ancora che politica; quando ha mostrato la corda sul piano teorico ( Rousseau) e rispetto alla sua presunta concretizzazione politica , proprio allora ha incominciato a perdere colpi e ad andare in crisi. In tutti i casi lo spirito illuminista per fortuna non morì mai del tutto, basti pensare alla integrazione degli ebrei nella nuova società borghese, sempre voluta da Napoleone, dalla nascita delle scuole statali progressivamente aperte a tutte le classi sociali (anche alle donne) al suffragio universale ecc ecc. Questo solo per citare alcuni aspetti.

Ora lo spirito illuminista non si basava solo sulla esaltazione della nuova mentalità borghese, sulla denuncia delle terribili ingiustizie medievali, ma si focalizzava su un punto nevralgico estremamente importante dal punto di vista culturale e della sacrosanta lotta delle idee critiche (contro le ideologie decerebranti). Vale a dire la denuncia e lo smantellamento non solo dei poteri “soprannaturali” in quanto tali, visti nella enormità della loro forza materiale, ma se possibile, ancora di più, a riguardo del massiccio e capillare plagio che operavano dalla culla alla bara sulla povera umanità ignorante e inconsapevole. Tutto questo naturalmente veniva operato dalla chiesa che faceva derivare tutte le sue infamie direttamente da Dio, ma anche dalle monarchie di origine divina: e infatti proprio per il primato del potere combatterono a lungo una specie di guerra civile.

Tutto questo si basava sulla capacità, di distruggere ogni senso critico preventivo, di inculcare nella mente dei feticci ipnotici e pseudo concettuali intrinsecamente predisposti a ogni tipo di fanatismo.

Purtroppo questo tipo di situazione, ossia di un plagio apparentemente invincibile calato dall’alto per opera di poteri “trascendentali” ideologici e tecnologici (non più divini ma comunque divinizzati, dotati cioè della stessa onnipotenza “pratica” sulla coscienza e sul comportamento) è tornato a verificarsi nel mondo moderno: appena ieri con le ideologie totalitarie e oggi con lo strapotere dei media sul cervello e la personalità violentata dei nostri poveri ragazzi. Uno strapotere destinato ad aumentare ancora di più con la intelligenza artificiale e a questo punto la situazione si farà veramente critica.

OSA PENSARE (KANT)

Certo permane la denuncia delle incredibili e terribili ingiustizie sociali del capitalismo per non parlare della crisi ecologica e della stessa democrazia. Ieri l’illuminismo ha combattuto per la vittoria ed estensione della democrazia oggi si trova a lottare per la sua sopravvivenza minacciata da ogni lato. Kant con un meraviglioso aforisma, brevissimo e fulminante, ha espresso in modo meraviglioso l’essenza spirituale e psicologica dell’illuminismo: OSA PENSARE. Che significa:

– osa avere un tuo pensiero personale e originale e se occorre combatti per esso

– osa andare controcorrente: sia contro il conformismo cieco delle masse sia contro i diktat culturali del potere e delle elite autoreferenziate ; ma anche contro quello che potevi assimilare dalla famiglia quando ancora non avevi discernimento critico. Kant avrebbe detto la umanità perennemente allo stato infantile.

– lo stesso ha fatto andando contro la metafisica e la sua concezione di assoluto rivendicando ancora una volta la importanza non solo della ragione critica ma anche della esperienza concreta ( per quanto come sappiamo limitata al fenomeno cioè alla superficialità parvente delle cose)

Evidentemente osa pensare equivale non solo a manifestare e difendere il proprio pensiero personale, ma significa soprattutto osa criticare e denunciare tutto quello che appare ingiusto e sbagliato e che magari va anche contro le tue prime credenze personali magari familiari e contestuali. Osa pensare significa quindi anche andare contro a se stessi quando ti accorgi di aver consolidato delle credenze sbagliate. Non è rischioso solo verso il mondo esterno che ancora non condivide queste idee ma anche verso se stessi, significa avere il coraggio di mettersi sempre in gioco, di mettersi sempre alla prova.Pertanto avremo due nemici esterni e uno interno:

dall’alto la ideologia calata e imposta dal potere

dal basso il conformismo delle masse e quello originario familiare

infine quello interno che non sembra ma è il più pericoloso. Intanto perché è l’io che da il consenso assenso; ma il vero nemico è ancora un altro: è infatti il nostro inconscio. In greco antico si diceva eautontimorumenos: il nemico di se stesso. Del resto uno potrebbe chiedersi, ma chi è il vero produttore, il vero regista occulto di tutto questo ambaradan? E’ appunto il nostro inconscio. E’ nemico prima di tutto appunto perché è inconsapevole e tale vorrebbe restare a tutti i costi, infine ma non secondariamente, perché è il depositario e lo stratega di tutte le nostre follie e fanatismi, principalmente la nostra feroce aggressività che cova sempre sotto la cenere o sotto la giacchetta e cravatta del doppio petto. Tuttavia il nostro inconscio a sua volta si sdoppia o raddoppia, ha cioè due nemici interni: vale a dire il super io e l’es.

Adesso sarebbe troppo facile dire che il super io (il grillo parlante, il controllo morale spesso fin troppo autoritario e repressivo) è solo negativo da condannare ed eliminare, mentre invece l’es ( la forza e la volontà di vivere; ma anche la volontà di non soffrire e di godere a tutti i costi subito e completamente) sia benedetto nella sua totalità. Ecco una operazione in puro stile manicheo da non fare assolutamente. Il super io è come un limite, come una diga a un soggettivismo sfrenato; certo nel passato è stato catastrofico (soprattutto in senso sessuofobico, militaresco e patriarcale) ma adesso che è stato fatto sparire (per colpa del 68 e del buonismo imperante) assistiamo se possibile a un mondo ancora peggiore. Il super io era insomma un male necessario. Così come non potevamo rinunciare a fare la pupu così non dovevamo detronizzare il super io e invece lo abbiamo fatto col risultato di far trionfare il suo opposto cioè l’es. Oggi trionfa appunto il soggettivismo più libertario e assurdo, alla ricerca del piacere più facile e quindi sempre insoddisfacente, oggi assistiamo al trionfo della libertà incondizionata: i nostri ragazzi crescono fragilissimi e senza una vera identità. Ecco la crisi del principio di identità che ha raggiunto dei livelli folli: oggi la fluidità sessuale ha raggiunto situazioni estreme tipo banderuola al vento, dove uno può essere ambivalente di ora in ora oppure non essere più niente e basta. E’ come se uno volesse essere tutte le maschere e nessuna; dietro naturalmente come diceva Pascal ci sta il vuoto assoluto.

ILLUMINISMO E CRITICA TOTALE

Certamente come vedremo più avanti, è chiaro che ci stiamo aprendo a un processo di critica assoluta e inarrestabile: non è che lo illuminismo critica solo una certo partito o una piccola parte di quello che non va. Critica tutto e tutti senza censure e senza limiti.Inoltre non può mai fermarsi. Dunque alla base c’è una libertà di pensiero e di comunicazione assolute che comporta ovviamente una libertà di stampa e di parola che va oltre ogni regime e formulazione politica di autoconservazione. Per questo la sua coerenza è così pericolosa: ne sanno qualcosa Navalny e Assange. Tutto questo è fondamentale e resterà eterno; ma ovviamente anche la stessa ragione critica si apre a sua volta a delle contraddizioni, prima di tutto perché evidentemente non può sottrarsi essa stessa, a un tribunale che chiama in giudizio anche lei. A questo punto il terreno della critica si fa accidentato su due versanti. Uno quello fattuale è fortemente limitativo; l’altro puramente teorico paradossalmente non sembra avere limiti, ma resta un guaio. Infatti da una parte c’è il realismo come lo intendeva Hegel, che di tutte le critiche e i buoni propositi che non si potessero realizzare, non se ne faceva un fico secco; anzi li disprezzava con tutte le sue forze. Certo il realismo inteso in questo modo si fa beffe di una montagna di critiche come se fossero, sta scritto nella bibbia, pula al vento. Questo tipo di realismo spietato è fatto apposta per tappare la bocca a tutte le critiche inattuali ma serve come formidabile copertura a tutte le malefatte e a tutti i crimini del potere; purtroppo è quello che ha buon gioco incatenando l’essere al suo passato proprio perché il passato è la totalità della storia e il presente è solo istantaneo. Tuttavia proprio la terribile e apparentemente invincibile routine del male nasconde e cova sotto la cenere esplosioni vulcaniche cambiamenti molto violenti ma anche sofisticate rivoluzioni culturali. Di certo nella vita e nella storia ci sta il possibile e anche l’impossibile, perché a volte accade anche quello: come quando a Maratona i Greci vinsero i Persiano pur essendo dieci volte inferiori. Anche la critica non realistica e solo teorica ha la sua grande importanza quando tocca questi argomenti:

– la denuncia morale dei crimini soprattutto quando si cerca di nasconderli

– la critica delle ideologie come totalità negative deformanti la ragione e la personalità

– instaurare una progettualità che in quanto tale non può avere una base del tutto realistica puntando in alto, come è giusto che sia, per il cambiamento e miglioramento sociale. Tuttavia a un certo punto la insistenza della critica diventa una specie di tormentone, ossia la critica della critica e così via: diventa anche autocritica e metacritica, cioè la cosa è vista non solo concretamente, ma nei suoi stessi presupposti teorici. Il che significa fondamentalmente due cose: da una parte l’eccesso di critica si apre allo scetticismo fine a se stesso, se non peggio a un vuoto pneumatico, a un nichilismo vero e proprio. Così l’Illuminismo che voleva aiutare la umanità a un certo punto la lascia in preda a una eredità ben corrosiva e scivolosa . Voleva fare della verità una base valoriale per salvare il mondo da tutti i suoi mali e si ritrova di fronte addirittura la morte della verità. La salvezza da questa deriva proviene solo dal cercare la concretezza sia nella idea del bene come verità, sia quello del bene come salvezza programmatica di tutto ciò che è vita favorevole alla vita nonché alla libertà della persona. Esiste infine un altro pericolo se possibile ancora più subdolo. L’idea di critica non si basa solo nello analizzare i concetti e i fatti in modo estremamente dettagliato e disincantato, facendo per così dire pelo e contro pelo, ma una volta scoperto l’inganno (l’errore, la illusione) cerca anche il colpevole. Cerca insomma gli interessi che covano nascosti in quella bugia , quello che ci sta veramente dietro. Se c’è una falsità c’è anche un falsario: inconsapevole oppure malvagio; ma anche se fosse inconsapevole della sua stessa falsità e malvagità che spaccia per il bene, avrebbe sempre dietro degli interessi inconfessabili. E’ chiaro che dietro ci staranno sempre dei responsabili e conseguentemente ecco un altro modo per togliere ogni speranza di soluzione. In effetti ci saranno sempre degli intellettuali o degli uomini di potere che hanno tradito le aspettative in modo più o meno grave, più o meno coscientemente. Il tradimento dei chierici è sempre dietro l’angolo.

Questo però non è un rischio che deve bloccare tutto fin dall’inizio: fa parte del gioco…

Visto che a questo punto anche noi dobbiamo fare autocritica sceglierei un punto di vista cristiano, uno Spinoziano e infine uno di Heidegger. :

– quello cristiano si avvicina molto a Spinoza. Ma perché questa ossessione nel criticare che poi è giudicare. Infatti se criticare non significa anche giudicare a che serve, lascia tutto come prima?

Però il cristianesimo dice: non giudicare se non vuoi essere giudicato. In un certo senso vorrebbe interrompere la catena infernale della critica. Tuttavia fra Cristoforo redarguisce pesantemente Don Rodrigo e infine se Paradiso Purgatorio e Inferno esistono veramente li non c’è solo il giudizio ma anche delle pene piuttosto terribili. Spinoza dice che amare veramente significa capire e viceversa: in un certo senso la critica è frutto dell’odio e del mancato amore. Però ancora una volta se l’amore lascia tutto come prima o addirittura premia i rei ( come mi sembra accade oggi…) be non ci siamo.

In verità anche Spinoza ci fa capire che viviamo in un mondo a suo dire pieno di amore e di ordine e quindi capire significa prenderne atto; ma a noi sembra esattamente il contrario. Come diceva Schopenhauer noi viviamo nel peggiore dei mondi possibili anche, se pure lui ritenendo che non si potesse cambiare nulla, considerava la critica o superflua o a sua volta in malafede. Anche i Santi sono profondamente egoisti sia pure in modo inconsapevole.

Heidegger dice che l’essere fa tutto lui; quindi non disturbare il guidatore. In questo senso la critica non avrebbe senso tanto è già tutto deciso pur dentro al suo ineffabile mistero. L’essere va ascoltato e non criticato. Anche in questo caso critica o non critica tutto resta come prima. Certo riempire di critiche er mondo infame può portare a una totalità negativa difficile da sopportare per i ragazzi. Tuttavia penso ai ragazzi del 68 che la osarono sfidare e denunciare.

ROUSSEAU, ROBESPIERRE E LA CRISI DEL COMUNISMO

Le prime gravi contraddizioni politiche le troviamo in Rousseau e nel suo mentore politico Robespierre.

Rousseau in particolare divinizzando la volontà popolare ha creato le premesse per il totalitarismo comunista. Stesso discorso per il suo attacco alla proprietà privata , il quale se aveva delle ragioni teoriche, le manteneva a un livello estremista ed astratto, se aveva delle ragioni storiche le faceva risalire ai primordi della storia umana (il buon selvaggio) perdendo completamente il contatto con la reale complessità della società del suo tempo ( e ancor di più con quelle a venire).

In questo modo ha creato due assoluti, due miti che nel primo caso si sono predisposti a produrre terribili dittature e nel secondo la distruzione preventivata della economia. In realtà tutto il potere al popolo era un magnifico alibi per saltare a pie pari la mediazione democratica. In questo modo la tanto esaltata volontà popolare spariva fagocitata dal partito unico, dallo stato super autoritario, addirittura da un singolo dittatore impadronitosi di tutte le leve del potere. Nel secondo caso abbiamo le premesse per la distruzione di ogni tipo di economia che comunque si basa sulla produzione e non sulla abolizione della ricchezza ; a parte il fatto che se spariscono i privati, resta la proprietà , però in mano a uno solo, cioè allo stato-partito nel peggior modo monopolistico possibile. La soluzione illuminista e socialista consiste al contrario nello ampliamento della democrazia e nel controllo della proprietà privata e del mercato sottratti alla egemonia totale di pochi privati e più in generale del monopolismo esasperato. Si tratta dunque di una società tollerante e libertaria, ma senza farne ancora una volta un uso assoluto, perché anche la esaltazione esagitata della libertà (la distruzione del super io) porta a una strana forma di dittatura ultra nichilista (come sta accadendo oggi). Dunque avremo una economia mista a favore della società nel suo complesso. Dobbiamo costruire una società interclassista, basata sulla rinnovata alleanza tra borghesia progressista e classi subalterne. Se non sapremo riattivare questo processo la partita è chiusa ancora prima di incominciare: processo inceppato dalla crisi generale della sinistra ma principalmente dalla globalizzazione visto che la cosa più importante non è più entrare nella famosa stanza dei bottoni, ma la inclusione a tutti i costi. La qual cosa allontanerà sempre di più i fanatici globalisti dal vincere le lezioni.

Robespierre ( di cui non critichiamo qui l’operato politico in quanto tale) creando la dea ragione, facendone una strana specie di dogma mitico, ha creato una contraddizione in termini su due fronti: da una parte ha tolto alla ragione la sua essenza critica in quanto le divinità non si possono attaccare; dall’altra l’ha riproposta sotto forma di assoluto, non a caso questa ragione alla fine si è addormentata su se stessa producendo mostri. Lo stesso farà Hegel creando un sistema filosofico basato sul culto dell’assoluto e della ragione dove la libertà soggettiva sembra sparire del tutto.

Ora non a caso abbiamo abbinato Rousseau, Robespierre e la catastrofe del comunismo: aspetto assolutamente decisivo per la crisi estrema dell’illuminismo.

Intanto perché la rivoluzione comunista non ha imparato nulla da quella francese anzi ne ha ripetuto gli errori in modo più grave:

-la negazione della libertà e della democrazia, conseguentemente annientando ogni spirito di tolleranza

– la divinizzazione feticistica dei simboli del partito e delle stesse persone

-la vittoria prima massiccia in URSS e Cina e poi il disastro amarissimo del loro fallimento hanno tolto per decenni ogni legittimità al discorso illuminista se non a livello di inutili grilli parlanti in quanto i giochi erano già fatti e falliti.

– ma ciò che ha costituito veramente la negazione totale dell’illuminismo è costituito dall’aver generato un plagio totale delle masse popolari, nell’aver favorito e prodotto gravi forme di fanatismo, in poche parole di aver costituito un’altra chiesa ma ancora più subdola e negativa di quella storica, presentandosi altresì e illusoriamente come fenomeno anti religioso e anticlericale. Così ha avuto i suoi testi sacri indiscutibili, la discriminazione assurda tra ortodossi ed eretici, la caccia alle streghe, i concili per stabilire la sacralità della ideologia dominante. La cosa incredibile consiste nel fatto che nonostante siano passati solo pochi decenni, di tutto questo non è rimasto quasi nulla, se non il peggio del peggio, vale adire il jurassik park della corea del nord.

LA CRITICA AL POSITIVISMO (E ALLA TECNICA)

Un altro aspetto intrinsecamente negativo ( proprio perché colpisce al cuore e dal di dentro) consiste nella deriva ideologica che l’illuminismo ha avuto nei confronti del positivismo, aspetto che non a caso ha riguardato anche il marxismo e il comunismo inteso nella sua massima diffusione per così dire popolare. Infatti stiamo parlando di un fenomeno che riguardando la scienza colpisce l’essenza dell’illuminismo che aveva riposto in lei molte speranze culturali e materiali di emancipazione della intera condizione umana; ma così non fu se non in parte (la vittoria su terribili epidemie), ma poi si rovesciò nelle mostruose trincee della prima guerra mondiale. Così per la prima volta nella storia il massacro era diventato tecnologico: le speranze illuministiche e le promesse della scienza si erano rovesciate nel loro contrario esatto.

Questa scienza positivistica mentre esaltava la sua dimensione laica e anticlericale (?), in realtà la tradiva assumendo toni messianici e quasi magici promettendo la soluzione di tutti i problemi con la bacchetta magica. Mentre faceva questo si preparava come già detto ad effettuare il primo grande massacro industriale della storia quando proprio la scienza pseudo-salvifica produsse efficacissime macchine di distruzione di massa. Del resto il primo ad avvertirci agli albori della storia occidentale che le scoperte scientifiche possono essere subito usate per scopi militare è stato Ulisse col suo cavallo di Troia, ossia il primo carro armato della storia usato per penetrare le linee nemiche.

Il positivismo presentò non solo tutti gli errori della scienza degenerata, ma in definitiva è lui il vero responsabile della tecnica, ossia come si sa la bestia nera di filosofi del calibro di Heidegger, Severino e Galimberti.

Questi filosofi hanno perfezionato una critica spietata molto elaborata e dettagliata: è impossibile non essere d’accordo con la parte specifica che riguarda appunto la tecnica (con le altre, col sistema no…) principalmente sul fatto che tutto questo ha rappresentato una gigantesca operazione di antropocentrismo (ossia un progetto di dominio totale dell’uomo sulla natura) ispirato dalla chiesa. La scienza si è presa un potere enorme e lo ha consegnato a un demone: ossia all’uomo comandato a sua volta da una sfrenata volontà di potenza.

Il risultato lo vediamo e scontiamo tutti i giorni: la natura violentata e moribonda resiste e si vendica come può…il mondo è tornato un luogo dolcemente coatto di asservimento totale delle coscienze grazie allo sconfinato potere mediatico della tecnica. Non era mai accaduto nella storia della umanità che le coscienze si addomesticassero e si oscurassero da sole godendo così tanto e credendo di realizzarsi. Tuttavia in questo discorso c’è qualcosa che non quadra del tutto. Questa critica alla tecnica, per certi aspetti sacrosanta, resta troppo teorica, quasi su un piano metafisico col risultato di presentare dei concetti negativi ipostatizzati, quindi a loro volta come se fossero onnipotenti: come disse Hiedegger solo un Dio ci potrà salvare. Ma tutto questo non è stato fatto da un apparato o da un destino metafisico, ma dalla scienza e dall’uomo in carne e ossa. Proprio questo ci da, per quanto tenue, una speranza di cambiamento. La scienza può evolvere e l’uomo maturare prima che sia troppo tardi: senza questa speranza e questo progetto illuminismo e socialismo non avrebbero nessun senso. Visto che non abbiamo niente da perdere non ci resta che provarci. Inoltre secondo questi autori sembrerebbe che il vero responsabile sarebbe proprio lo stesso illuminismo; ma non è del tutto vero, il colpevole è soprattutto il positivismo, cioè a sua volta una forma di illuminismo in una versione assai ingenua e volgare. Il positivismo ha fatto una apologia ingenua e para religiosa di se stesso, dimenticando i suoi principi fondamentali : il senso critico teorico ma anche quello critico pratico. Ma perché tutto questo, perché far derivare tutto da una teoria? Dimenticando o ignorando la lezione marxista che dietro a ogni forma di pensiero ci sia una motivazione economica e politica: insomma il problema era quello di non citare mai le classi politiche della borghesia ma anche quelle neo-comunste, entrambi accomunate dalla stessa distruttiva volontà di potenza.

Pertanto il positivismo è il vero padre della tecnica: la sua adorazione fine a se stessa dei fatti e delle macchine resta molto dura a morire perché ancora una volta è una veste sia psicologica che ideologica spontanea in chi esercita il potere. Non lo citano più ma ci restano dentro fino al collo: basta pensare ai miracoli promessi dalla intelligenza arificiale.

Pertanto il positivismo e la tecnica, a un livello ancora più alto, hanno approfittato delle seguenti operazioni mentali:

– la matematizzazione assoluta che gli era venuta da Cartesio: vero strumento di dominio della realtà, portatore di una onnipotenza contraddittoria; prima vince e poi perde intaccando e disperdendo il contesto. In questo modo produceva un massiccio processo di quantificazione della realtà disperdendo l’aspetto qualitativo, ma lo possiamo anche chiamare unitario e sintetico. Un processo che in altro modo Marx descrisse mirabilmente attraverso il rovesciamento tra valore d’uso (la finalità intrinseca delle cose) e quello di scambio , ossia la loro monetizzazione matematizzazione. L’esito finale è la mercificazione di tutto dal punto di vista del massimo profitto capitalista. Questa si è la vera sconfitta della identità genuina delle cose altro che la esaltazione delle differenze.

– una visione troppo meccanicistica e quindi deterministica dell’universo : aspetto che sul piano economico fece profetizzare Marx circa una rivoluzione comunista imminente. Peccato che si realizzò però all’incontrario, tradendo tutti i valori illuministi fino al fallimento finale. Pertanto la cosa più terribile del comunismo non sta solo nei massacri, non sta nel suo suicidio finale, ma nell’aver seppellito insieme a se stesso anche l’illuminismo.

– il prevalere della analisi (la ricerca e la riduzione al più piccolo) che in perfetta sintonia e cooperazione con la matematizzazione tende solo alla suddivisione e non alla ricomposizione della materia e conseguentemente di tutti gli equilibri naturali ignorati e calpestati. Dunque la matematica non va usata solo secondo la sua vocazione e tendenza spontanea all’analisi (la numerazione è prima di tutto una suddivisione in parti), ma va riconvertita e riqualificata se possibile, anche in senso sintetico e qualitativo: il che si identifica con la qualità dei progetti a cui fa da spalla e supporto.

– l’aspetto strumentale la dove le macchine divenute fini a se stesse prevalgono su tutto.

A questo punto il positivismo smentendo il suo anticlericalismo di facciata non ha fatto altro che realizzare il grande progetto antropocentrico del cristianesimo di dominio del mondo.

Ma i punti veramente decisivi e ultimamente i più dibattuti dell’illuminismo riguardano proprio la sua metacritica filosofica e la teoria (avversa) alla identità. Sicuramente il positivismo esaltando il fatto in se stesso lo ha ritenuto autosufficiente: ormai colmo della sua massiccia esteriorità superficiale si presenta incontestabile è in pratica uguale a se stesso. Al suo interno non conosce più la differenza-e: in questo modo non si intravedono i conflitti interni ne il processo che lo porterà per forza di cose a differenziarsi. Pertanto non si intravedono le possibilità che pure ci sono anche se magari non sono a prima vista evidenti. In questo modo si vanifica una critica seria capace di suscitare un progetto realistico di mutamento. Da questo punto di vista il positivismo è identitario e nello stesso tempo nella sua essenza profondamente conservatore, smentendo la sua sbandierata prosopopea progressista. Tuttavia il movimento filosofico che ha colpito la identità in senso antropocentrico-positivista ( da Horkeimmer a Derrida ecc) ha poi attaccato il concetto in quanto tale producendo un grave errore: infatti da Eraclito fino a Hegel gli opposti sono sempre compenetrati e quindi giustamente non può esserci identità senza differenza e viceversa. Pertanto puntare troppo sulla identità o al contrario sulla differenza (come fa recentemente la teoria woke basata sulla esaltazione delle differenze) è sempre fuorviante. Nello stesso tempo non ha senso parlarne in astratto prescindendo dai contenuti per il semplice motivo che non esiste un positivo che non abbia anche un risvolto negativo e viceversa: in questo senso la esaltazione unilaterale e univoca della differenza in quanto tale fa scoppiare dal ridere se ormai non facesse da piangere. Inoltre gli opposti si rovesciano continuamente a seconda delle situazioni e delle prospettive. Se li assolutizzi cadi appunto nel tranello manicheo da cui non ne vieni più fuori: tutto buono o tutto cattivo. Pertanto la distruzione del concetto di identità non è altro che una forma di volgare manicheismo travestito da alta cultura. Al contrario il gioco di identità e differenza non deve produrre dogmi assoluti ma un sano relativismo critico.

LA CRITICA ALLA TEORIA WOKE

Non ha senso ed è pericoloso assolutizzare gli opposti, come fa la teoria Woke, sottraendoli al confronto critico e in un certo senso al processo storico e sociale. Certo anche lei è ovviamente un prodotto sociale; ma quando vuole di imporsi come dogma e per giunta fanatizzato, allora cerca di evitare la fluidità chiudendosi ermeticamente in se stessa. Se il processo sociale è ancora vitale non si fa ingannare e dai feticci, non si fa bloccare dalla moda. Allora la teoria Woke si fermerà quando si prenderà una bella bastonata in testa per esempio elettorale. Ma forse sarà già troppo tardi; quando la frittata è fatta o la mangi o la butti via. Questo accade quando i suoi pseudo valori vengono esentati da ogni critica diventando degli idoli ipostatici, come se fossero santa santorum generando il solito inattaccabile feticismo ideologico o peggio la caccia alle streghe. E’ proprio in questo modo che si finisce per distruggere la identità e dare peso e valore solo alle differenze. Ieri era facilissimo e drammatico vedere la identità congelare in modo quanto mai repressivo e autoritario la compattezza della maggioranza tradizionalista; ma se oggi le differenze si comportano con la stessa tracotanza, il risultato sarà lo stesso anche se rovesciato. Hanno attaccato il principio di identità come se fosse il custode di tute le schifezze:

– del super io; ma non era del tutto negativo, anzi la sua scomparsa è stato un disastro forse irreversibile se osserviamo la follia dei comportamenti giovanili.

– la compattezza della maggioranza autoritaria repressiva : qui ha visto e colpito giusto ma poi generalizzando ha fatto disastri. Per esempio non si può condannare tutta la tradizione, ricercare l’uomo nuovo o l’anno zero come facevano le guardie rosse ecc. Oggi il famigerato anno zero è proprio la globalizzazione a tutti i costi: dicono leccandosi i baffi…’Italia sommersa dagli stranieri sarà un’altra cosa. No l’Italia non sarà più e amen. Non puoi cancellare tutto il passato e seppellire i vecchi prima del tempo come fa la nostra società barbarica futurista. Questo lo può fare solo l’America che il passato non ce l’ha.

– infine come variabile di cui sopra, come compattezza del conformismo di massa. Benissimo, ok- Attenzione però a non sottostare a un’altra forma di conformismo pseudo rivoluzionario come quando si mette sullo stesso piano la vita degli animali e quella degli uomini ecc.

Infine c’è anche una identità, un’altra forma di compattezza sociale che andrebbe difesa a tutti i costi , certo criticandolo ma per migliorarla e rafforzarla, ma non per distruggerla come ha fatto follemente la sinistra in questi anni esaltando i diritti e dimenticando la lotta di classe : quella giusta quella vera. Dunque identità sta per maggioranza e differenza per minoranza, solo che la maggioranza=identità dovrebbe essere sempre opprimente e la minoranza bisognosa di difesa ad oltranza, come se avesse sempre ragione solo perché è più debole. Così la identità è per forza un principio autoritario repressivo che deve sempre tener in riga i subalterni (le differenze):la maggioranza ne è la realizzazione storica con in più il concetto di forza che lo renderebbe se possibile ancora più sospetto ed equivoco. Tuttavia maggioranza e minoranza non sono sempre positivi o negativi a prescindere: anche il nazismo era all’inizio una minoranza. Il popolo lavoratore (le classi subalterne) costituisce una maggioranza che sarà e dovrebbe essere sempre l’aspetto più importante nella politica della sinistra, anche più dei cosiddetti diritti. Una volta perso questo principio si è perso tutto. La teoria Woke distrugge il concetto di sinistra in molti modi:

non provoca compattezza sociale attorno a pochi obiettivi determinati ma la frammenta in direzioni molto diverse tra di loro; ma questa non è una ricchezza ma bensì una confusione.

– saltando a pie pari il problema e la battaglia socio-economica non solo fa perdere alla sinistra la sua vecchia e vera identità ma svenando e impoverendo le condizioni economiche dei lavoratori (evidentemente non tutelati a sufficienza) indebolisce anche la loro forza ideologica e contrattuale.

– con tutte le sue stravaganze e isterismi ( abolizione dell’imene, educazione omosessuale a scuola ecc ) non da affatto la idea di una sinistra matura, ma infantile e minoritaria, alla fine residuale.

Del resto è nata presumibilmente perché Il capitalismo come tutti i regimi, deve nascondere e cancellare le sue malefatte, ostentare una prosopopea moralistica stornando la opinione pubblica su altri obiettivi e parole d’ordine a lui più confacenti. Ci riesce perché ha il potere di inculcarli ossessivamente produce a piacimento la identità conformistica delle masse. Nello stesso tempo deve esibire la maschera (ma è solo una maschera) di super buonismo militante, ottimismo e difesa di valori a spada tratta, insomma sviluppare una crociata permanente proprio per nascondere e ovviare al nichilismo che mina la società dal profondo. Questo grande vuoto va riempito a tutti i costi promuovendo una esagerata mobilitazione culturale e popolare la quale sembra rivoluzionaria ma in realtà è solidale col regime, sembra culturale ma è solo ideologica e moralistica nel peggior dei modi. In realtà come la maggioranza non ha sempre torto così le minoranze non hanno sempre ragione. Possono presentare dei punti estremamente discutibili o addirittura folli: per esempio la teoria dell’utero in affitto, o quando certe femministe vorrebbero abolire l’imene per decreto, gli omosessuali modificare le carte anagrafiche ecc ecc. Soprattutto il modo fanatico di presentarli rischia di inficiare anche quello di buono che pure c’è. Presentano dei valori, soprattutto il modo in cui vengono professati (come si fa a criticare la difesa dei diritti), tali per cui sarebbe impossibile distanziarsi se non rischiando di passare per dementi o peggio per super malvagi ecc. Ecco perché al regime interessano solo battaglie sovrastrutturali che fanno mettere in secondo piano quelle strutturali. Tale per cui chi non sta alle nuove regole del gioco è già un infame. Infatti lo anticipiamo subito, tutte le differenze, tutte le chicche di questa teoria che sembrano le perle di una collana, servono solo per far dimenticare la unica enorme differenza che rende famigerato il capitalismo: ossia la differenza tra ricchi e poveri. Purtroppo qui non siamo al festival di San Remo siamo alla fiera della falsificazione pseudo moralista. Queste differenze riguardano comunque delle minoranze e milioni di persone; ma quella tra ricchi e poveri riguarda il destino di decine di milioni di persone solamente in Italia. Tanto è vero che le differenze sono sempre minoranze e tante minoranza non fanno una maggioranza: forse per questo la sinistra non vince le elezioni.

Chi penserebbe di mettersi contro i migranti che poveretti muoiono in modo terribile annegando nel mare?

Intanto persino una assessora trevisana a capodanno ha detto: ho visto in piazza solo estracomunitari e ho preso paura...testuali parole… (meno male che nessuno dei suoi le ha dato del fascista o della razzista…). Ha aggiunto: serve solo integrarli…cioè farne arrivare ancora di più ( facendo aumentare la paura? Per vincere le elezioni?) Intanto è ovvio che l’Italia si destabilizza sempre di più a vari livelli e che la destra aumenterà i voti, conseguentemente la sinistra è e destinata a decadere a rotta di collo. Gli dei accecano coloro che vogliono perdere. Certo la situazione e difficilissima ma va trovata una quadra: sto pensando al povero Minniti…

Chi si metterebbe contro le femministe anche più estremiste dato che in effetti gli uomini hanno distrutto il mondo? Ma se il loro atteggiamento principale consiste sulla base del risentimento più totale nella rivendicazione spietata per farcela pagare tutte fin dal tempo di Adamo, non si distruggerà il potere demoniaco, cambierà solo volto, si rovescerà la clessidra ma resterà tale.Senza contare che non tutti gli uomini sono colpevoli allo stesso modo. Moltissimi hanno per fortuna un basso coefficiente di maschilismo e patriarcato e siccome la perfezione non esiste ci si potrebbe accontentare, tanto quanto basta per stabilire una nuova alleanza. La quale è la cosa più necessaria in questo momento.

Chi si metterebbe contro gli omosessuali? Io sono disposto a dargli quasi tutto: che si sposino, che adottino figli (questa è la strada) ma l’utero in affitto no. O meglio: sono contro le leggi repressive ma il mio assenso non lo do. Si dice, chissà come mai, che il comportamento omosessuale è molto diffuso nel mondo animale. Può essere, ma tra i mammiferi a me non sembrerebbe. Si vedono filmati di ogni tipo, anche notturni, su leoni, tigri, elefanti ecc, ma non si vedono filmati a luci rosse tra di loro con lo stesso sesso. Quando li vedrò mi ricrederò. Però sapere che in effetti la maggioranza degli insetti è omosessuale potrebbe spingermi ad emulare i coleotteri. Ripeto, tra di noi mammiferi gli omosessuali restano una minoranza che va protetta se si può usare questa parola (attento a come parli) ma non esiste che si propongano come la nuova identità sessuale egemonica ( magari ci provano…)

E’ giusto che gli animali siano presi nella più grande considerazione; ma data la crisi alimentare mondiale è impossibile smettere di mangiarli. Inoltra se diventano più importanti degli uomini allora siamo scaduti al livello del totemismo: questo da una idea della regressione verso cui stiamo andando.

I mutilati, gli amputati rientrando in questa categoria super sponsorizzata delle differenze offrono generosamente alla vista mediatica i loro moncherini: va bene; ma l’idea che la loro esperienza li renda quasi sempre (sempre?) più felici e più forti (i nuovi super uomini?) in base alla grande opportunità che gli dato lavita togliendoli uno o più arti, è una offesa per tutti coloro che pur avendoli si sentono lo stesso, incredibilmente e vergognosamente depressi. Credo che questi poveretti, i quali non potranno fare le para olimpiadi, siano però la maggioranza degli “handicappati” normali. Così finiremo forse per fare due para olimpiadi una per i depressi l’altra per i mutilati…

A scuola è giusto cercare di recuperare il maggior numero possibile di studenti ma tutti è impossibile: la scuola super buonista che vuole includere tutti a tutti i costi ( anche a costo di autodistruggersi) sta semplicemente naufragando su se stessa. Qualcuno se ne sta accorgendo? Bisognerà trovare delle soluzioni giuste per tutti ma senza far tracollare l’andamento didattico e ed educativo di classi intere.

Pertanto la teoria Woke è già gravemente fuorviane non solo nei contenuti ma nel senso formale per il suo assurdo fanatismo che porta al politicamente corretto. Questa è in realtà la cosa più scorretta che esista culturalmente e ideologicamente: è infatti porta alla caccia alle streghe. Recentemente per seguire questa follia generalizzata in Inghilterra centinaia di ginecologi hanno negato l’esistenza dell‘imene; ma quando si va contro la esperienza comune e inoltre contro la scienza dichiarata, è chiaro che sta accadendo qualcosa di enorme e di estremamente pericoloso. Come se la verità fosse una banderuola al servizio di una fazione negando persino la conclamata evidenza. Questo è accaduto per inseguire e accattivarsi il filone del femminismo più estremista: negando la esistenza dell’imene si eviterebbe almeno simbolicamente un atto di umiliazione e di piccola violenza maschilista nei confronti della donna; aspetto del tutto ridicolo visto che poi nei fatti accade lo stesso….Sempre che nel frattempo non diventino tutte lesbiche. Sarebbe come levare i nomi delle strade ma le strade restano ugualmente…

In tutti casi la differenza donna non è più una minoranza ma una vera maggioranza non solo come sesso ma anche come ispirazione femminista. Non rendendosi conto di essere tale continua a concepirsi come differenza e a difendere a spada tratta in modo estremista tutte le altre differenze senza comprendere che il vero enorme passo e la vera maturazione politica consiste nel trattare da una nuova alleanza e identità col mondo maschile. La donna è un essere meraviglioso mentre noi uomini siamo responsabili di quasi tutto il male del mondo: tuttavia nessuno è perfetto ne nel male ne nel bene. La donna potrà avere tanti piccoli difetti che messi insieme la rendono insopportabile e rendono, insieme a tutti quelli ben più gravi della controparte maschile, così difficili i rapporti oggi tra donne e uomini. Tuttavia ha questa intelligenza così particolare, la meravigliosa bellezza del suo corpo con cui fa altri corpi bellissimi di bambini tale per cui meriterebbe di essere finalmente ai vertici. Mentre noi continuiamo a fare le cose più terribili come le violenze sessuali e soprattutto la guerra. Detto così sembrerebbe che diamo ragione alle femministe più terribili anche a quelle castratrici. In realtà se il rovesciamento del patriarcato (che non potrà mai sparire del tutto) si realizza in un matriarcato che è solo nuovo dominio al femminile sarà come rovesciare la clessidra che però resterà tale: alla vecchia dittatura si sostituirà una nuova. Forse non ci sarà più la violenza fisica ma quella psicologica si. La donna deve essere in grado di gestire il potere con professionalità ma anche in modo diverso dall’uomo, cioè non solo con la giusta determinazione, ma anche con particolare dolcezza riproponendo un moderno maternage. Altrimenti cosa cambierà nei rapporti umani? In caso contrario la sua mascolinizzazione e la mutazione genetica conseguente la porteranno a disperdere la sua dolcezza con esiti sociali e sessuali catastrofici. Vien quasi da dire il vero maschio adesso sono io…

Conclusione:

– nel momento che dal punto di vista delle rivendicazioni economiche assistiamo a chiacchiere tante e fatti pochi

– nel momento che non si riesce nemmeno a invertire la terribile crisi demografica

– soprattutto nel momento che il 50% della gente non vota più rendendo la nostra democrazia una specie di chiacchiera farlocca

– Allora non resta che riempire la testa della gente di ritornelli sovrastrutturali dando la illusione che almeno da qualche parte si va sempre avanti…

LA FILOSOFIA E LA VERITA’ CONTRO L’ASSOLUTO

(per prima cosa avvertiamo che ripeteremo gli stessi argomenti secondo il metodo hegeliano cioè da prospettive e angolature diverse)

L’illuminismo ha avuto due bestie nere dal punto di vista dello scontro propriamente politico: la nobiltà e il clero. Tuttavia non le ha solo attaccate sul piano della loro follia, della ingiustizia e crudeltà del sistema socio politico, ma ha cercato di colpirle al cuore in tutte le maschere ideologiche: vale a dire la religione e l’autoritarismo, la tradizione, il dogmatismo e la superstizione. Ha predicato però anche una grande tolleranza, ma verso le persone e non certo verso la religione in quanto tale. Cosa che sta mancando al nostro tempo a motivo di un fraintendimento antropologico tutto spiazzato verso la esaltazione della globalizzazione a tutti i costi. Per valorizzare i popoli abbiamo dovuto farlo anche con le loro religioni. In questo modo abbiamo ottenuto il bel risultato che oggi la critica illuministica è diventata evanescente, addirittura pleonastica. Anzi chi osa attaccare le religioni si becca il solito ritornello terroristico di razzista fascista ecc ecc. Soprattutto non sappiamo vedere e contrastare la rinascita del potere temporale della chiesa (media, viaggi, papa superstar, diplomazia vaticana ?) ma anche l‘integralismo islamico latente e subdolamente nascosto. Nello stesso tempo l’illuminismo è stato il grande promotore e sponsor della democrazia borghese, dello sviluppo della nuova scienza sperimentale, infine per la prima volta del diritto alla critica totale in ogni ambito del pensiero e della società. Ma non è finita qui: stando dalla parte della scienza ha attaccato la metafisica da tutti i punti di vista, verso un sano materialismo, verso la accettazione di un mondo finito, verso la concezione di una verità parziale e relativistica. Conseguentemente uno dei suoi grandi nemici è stato anche il concetto di assoluto.

Persino Kant che pure riteneva che esistesse, cionondimeno lo considerava nella sua parte più alta (DIO) e in quella più bassa (la cosa in se, la vera essenza delle cose) del tutto inconoscibile in quanto del tutto inattingibile dalla nostra esperienza ordinaria. Tuttavia siamo d’accordo solo con la prima parte, la seconda non può più essere così negativa e drastica da quando la scienza è arrivata a comprendere persino le particelle più piccole di un atomo (i cosiddetti quanti).

Il concetto di assoluto si presenta autocontraddittorio da tutti i punti di vista.

Per prima cosa dobbiamo accettare che comunque esiste un mondo, il nostro mondo fatto di una molteplicità conflittuale, problematica e dolorosa. Ora se riteniamo che questo mondo in cui viviamo sia l’assoluto, quindi immanente (come volevano Spinoza ed Hegel ecc in chiave panteistica) siamo costretti a dargli una perfezione che evidentemente non ha. Spinoza ateo con sensibilità quasi cristiana, riteneva che tutto fosse presieduto da una sostanza non solo iper razionale ma impregnata di ordine e di amore ecc. Chissà doveva la vedeva visto che anche lui si è preso alla fine una coltellata alle spalle… Per esempio Hegel riteneva che tutto fosse assoluto perché razionale in quanto tale; veramente non proprio tutto: il casuale e il contingente di cui è costretto, molto a malincuore ad ammettere la esistenza, per esempio no. E allora che assoluto è ? Poi era anche costretto a dire che la guerra è la vera protagonista della storia , ma a noi non sembra proprio che sia la paladina della razionalità semmai il contrario esatto. Soprattutto nel panteismo tutto quello che esiste diventa assoluto cioè anche divino; ma allora sono divini sia le parti più sublimi come quelle più infime. In effetti come si sa nell’induismo molto coerentemente, nei riti sacri non si usa acqua santa ma lo sterco di vacca. Per noi questo è massimamente assurdo e sconveniente. Se invece pensiamo che l’assoluto non è questo mondo allora sta fuori del mondo. Se rifiutiamo la posizione immanentista l’assoluto diventa trascendente: se ne sta al di sopra, al di fuori completamente distaccato. Ma fino a che punto distaccato visto che tra i due mondi deve esserci un collegamento dato che l’assoluto, da qualsiasi parte tu lo veda e in qualsiasi modo tu lo concepisca, è comunque la fonte produttrice del mondo di basso. Resta il fatto che il passaggio dall’assoluto trascendente immateriale al mondo materiale si presenta molto problematico se non impossibile. Come fa il perfetto a produrre l’imperfetto , il non materiale a produrre il materiale? E’ forse una forma di suicidio diluito o un clamoroso autogoal che svela come già in partenza non fosse un vero assoluto? Se pensiamo l’assoluto come il perfetto che ha in quanto tale una unitarietà di totalità con la sua sacra completezza, questa unitarietà non può perderla pena la sua autodistruzione concettuale: non ha senso che l’assoluto generi il non assoluto; per quale motivo dovrebbe generare qualcosa di inferiore a lui? Platone disse: lo fa per amore; ma nessun padre genererebbe in partenza un figlio sapendo che gli sarebbe di molto inferiore e con un destino incerto. Ma perché dovrebbe generare anche altri assoluti perfetti come lui? Se è già perfetto perché dovrebbe reduplicarsi? Forse è un collezionista? Perché dovrebbe farlo se è già perfetto, perché dovrebbe rompere la sua unitarietà perfetta e integrale? Ne riparleremo. Contraddicendo l’assoluto l’illuminismo sa che la verità sarà sempre relativa, parziale e conflittuale come sono tutte le cose di questo mondo. In questo è assolutamente d’accordo con la scienza.

Ciò non di meno dobbiamo cercare la verità nel modo più completo possibile con tutte le nostre forze e disponibilità: dobbiamo cercare la totalità e la interezza delle determinazioni e delle relazioni possibili, ben sapendo che forse non la raggiungeremo mai del tutto; peggio pensare di averla già raggiunta, proprio questa è forse la peggiore di tutte le illusioni religiose e meta-filosofiche. Una volta i ragazzi a scuola mi dissero, ma come non esiste la verità assoluta almeno delle cose più piccole ed evidenti? Per esempio professore noi in classe siamo 24 alunni di cui 10 maschi e 14 femminine. Ebbene questa nel suo piccolo ci pare una verità assoluta indiscutibile. All’inizio mi trovai alquanto a mal partito ma poi riposi così. Chi mi dice ragazzi che tra di voi non ci siano persone fluide sessualmente che non si sentono più di appartenere a un sesso preciso? Magari questo accade in modo persino inconsapevole…altri lo sono in modo ondivago a secondo delle giornate o dei partners ecc. La vera composizione sessuale della classe al di la delle apparenze rischierebbe di cambiare tutti i giorni. Pertanto la pretesa verità assoluta anagrafica del registro è solo uno schema che utilizziamo per motivi utilitaristici e burocratici esattamente come le cartine geografiche che riportano in modo fisso il percorso dei fiumi che in realtà mutano continuamente. Tutto questo vale per ogni forma di concettualizzazione che pretenda di fissare una volta per sempre la realtà così complessa e sfuggente. Questo significa che è proprio la complessità e il dinamismo degli opposti che impedisce l’accertamento di una verità assoluta, cioè di una verità perfetta. Si tratta di una complessità e un dinamismo che potrebbe persino riguardare la particella più piccola come l’atomo… Un atomo che si muovesse in modo oscillante in se stesso e al proprio interno può fermare e fissare la sua verità nello spazio e nel tempo? Heisemberg avrebbe detto no.Anche la geometria sa benissimo che la figure eterna e perfetta esiste solo nella mente ma non nella realtà: se esiste solo da una parte ma non nell’altra allora non è più assoluta. L’assoluto circoscritto e particolare è una contraddizione in termini; ma anche se fosse illimitato, in quanto senza limiti, sfuggirebbe a qualsiasi espressione linguistica e concettuale che non fosse puramente metaforica.

Hegel ha anche detto che l’assoluto è incondizionato e finalmente libero, sciolto , insomma il vero significato tedesco letterale di asbolutus. Tuttavia nell’ambito materiale immanente non esiste niente che non sia potentemente condizionato se non altro geneticamente dalla serie infinita di cause che l’hanno preceduto e generato. Questo per il passato; ma questo vale anche per il futuro e per la finalità: non è libero ne indipendente nemmeno in prospettiva, infatti sarà ostacolato da tutte le forze limitanti o contrarie che incontrerà nel suo cammino. Incondizionato potrebbe essere solo quella concezione trascendentale dell’assoluto indifferenziato (l’uno da solo non è definibile se non in una vuota identità) che però in quanto tale non è nemmeno determinabile: la posizione di Schelling. Allora Hegel ti dice che il vero assoluto ( e quindi il vero dio?) finalmente libero e indipendente, è proprio l’autocoscienza. Infatti solo l’autocoscienza potrebbe avere un processo potenzialmente infinito di superamento di se stessa e dell’errore. Ora è vero che l’autocoscienza è la vera fonte di conoscenza e quindi di libertà, però solo potenziale: cioè in modo sempre limitato e intermittente. Quando l’autocoscienza si blocca in preda alla falsità non è più libera.

In realtà la psicoanalisi ci dice che l’io e l’autocoscienza dipendono dall’inconscio, da un soggetto ( è comunque una forza organizzatrice con un suo linguaggio) che però incredibilmente è anche un non soggetto, un anti soggetto proprio perché inconsapevole. Infatti l’io lo rifugge e nasconde impaurito se non terrorizzato. L’inconscio è la soggettività nascosta e irrazionale contro lo stesso soggetto che pure la produce, che lo determina subdolamente quasi completamente. Dunque ancora una volta se non c’è un assoluto che non sia condizionato allora non esiste. Sono disposto ad accettare che solo l’autocoscienza si avvicini all’assoluto, ma unicamente alla condizione di un assoluto comunque relativo e potenziale in quanto da il senso a tutto (anche il non senso) e comunque è l’unica in grado di bonificare parzialmente l’inconscio nel corso di una terapia efficace. Si l’autocoscienza e la razionalità critica consapevole possono avere l’ultima parola contro l’inconscio, ma è raro e non riguarda certo la maggioranza della umanità.

Ancora una volta un assoluto potenziale e relativo non è un vero assoluto ma solo qualcosa che per certi aspetti gli somiglia. Si tratta di un assoluto intermittente e anche Hegel avrebbe detto che è assoluto soprattutto quando si libera dalla su alienazione.

In tutti i casi noi possiamo evidenziare la importanza “concettuale” dell’assoluto in questi ambiti:

– religioso spirituale (le forme del divino)

– puramente logico

– materiale (legge di natura)

– nel linguaggio

ASSOLUTO E LINGUAGGIO

Per quanto riguarda il linguaggio il termine assoluto si presta a molte interpretazioni ma questo nuoce gravemente a un concetto che vorrebbe essere onnipotente e pertanto univoco e unilaterale. Infatti il concetto di assoluto rimanda a una perfezione totale e a una totalizzazione completa: se c’è qualcosa di mancante non può essere assoluto. Assomiglia alla verità che nella sua versione integrale non può essere mancante di nulla. Tuttavia la verità può essere relativa, non solo può, ma deve entrare in contatto col suo opposto; verità e falsità sono concetti che si relazionano l’uno con l’altro, ma questo non può farlo un assoluto che si relativizzi o addirittura accetti la sua contraddittorietà interna (una delle interpretazioni di Hegel). Infatti un assoluto che sia anche un non assoluto, che sia cioè un assoluto relativo o peggio un assoluto contraddittorio, diventa tragicamente ridicolo. Lo stesso discorso vale ritenendo che tutto sia assoluto, che quindi tutto sia divino, in un ambito chiaramente panteista; ma allora la cosa più sublime come quella più infima sono sempre divine, sono sempre appunto assolute. A noi questo sembra tragicamente assurdo. Infine l’assoluto se ha già molte definizioni incappa in una sorta di relativismo linguistico pregresso. Se vogliamo insistere sul piano della contraddizione linguistica possiamo notare che:

-l’assoluto indica comunque una totalità: ora non esiste una definizione che possa cogliere ciò ma solo una parte, ma una parte di assoluto non è più assoluto (contrariamente a quello che pensava Hegel)

– ogni termine si spiega con un altro e rinvia a un altro: anche per questo motivo la definizione di assoluto è in realtà impossibile. Alla fine l’assoluto linguistico è sempre altrove.

– giocando e facendo una provocazione retorica, si potrebbe tentare di dire l’infinito attraverso la infinità dei suoi nomi ma forse lo stesso linguaggio non basterebbe; e se ci fosse richiederebbe un lasso di tempo defatigante e forse proibitivo.

La verità è che siccome noi aggrediamo l’assoluto (infinito) restando nel finito (l’unica nostra collocazione relativa ma accertata) siamo sempre destinati a cadere in forme di cattiva infinità.

UN’ALTRA CONCEZIONE ASSURDA DELL’ASSOLUTO:L’INFINITO SECONDO HEGEL

Hegel ci da molte definizioni di assoluto. Siccome hanno anche una forma gerarchica sembrano come le matriosche che stanno una dentro l’altra: ce ne sono due che le contengono tutte, l’infinito e l’autocoscienza. Senza autocoscienza l’infinito resterebbe cieco e vuoto; inoltre è l’autocoscienza che determina il suo concetto completo direbbe Hegel, (?) e facendo così diventa anche coscienza dell’assoluto. Ma in che senso l’autocoscienza è infinita? Qui si apre il solito tormentone filosofico che promette oro e trovi ottone. E’ infinita in due sensi:

– prima di tutto perché esiste come processo sempre in movimento, come moto perpetuo.

– inoltre esiste sempre e necessariamente come tensione e direzione verso l’altro: come oggetto perché comunque vive immersa in un mondo di oggetti necessari per vivere, ma poi in modo ancora più necessario e fondativo perché deve confrontarsi ed entrare in contatto con altri soggetti. L’autocoscienza in Hegel non è affatto rinchiusa nella sua unicità soggettiva ma il suo destino è essenzialmente comunitario e intersoggettivo. In questo senso è sempre alienata e contemporaneamente disalienata se si può dire così: esce da se ma poi ritorna in se più ricca di prima grazie al supporto dell’altro.. E’ il famoso tema del riconoscimento reciproco che incontriamo per la prima volta davvero nello sguardo amoroso e rassicurante della madre; ma Hegel invece sceglie tutta un’altra strada e lo fa derivare da uno scontro militare e mortale tra servo e padrone. Va be lasciamo perdere… Sicuramente incominciamo a vivere e a crescere nel corso di un dialogo socializzante che implica ovviamente il riconoscimento reciproco; però questo non evita affatto il terribile tema del solipsismo. Perché alla fine alla faccia di Hegel restiamo solissimi a questo mondo senza riconoscimento alcuno come accade nelle dittature. MI viene in mente il famosissimo romanzo le “Anime morte” ; più chiaro di così in effetti si muore. Tuttavia questa tensione continua della coscienza fuori di se sembrerebbe implicare l’odiosa cattiva infinità: cioè un avanzamento continuo che non trova mai un vero appagamento. A questo punto Hegel (mentendo a se stesso e a tutti quelli che lo seguono) trova il modo di bloccare positivamente l’infinito, di porre dei limiti a ciò che non ha limiti. In pratica la soluzione sta nella dialettica triadica cioè nella sintesi finale: infatti qui finalmente trovano soluzione e compenetrazione appagante (?) gli opposti. In questo modo si forma come un cerchio che chiude il discorso; solo momentaneamente però perché è costretto ad ammettere che la contraddizione in realtà non si risolve mai . Dopo un cerchio e una sintesi (parziale e relativa) ci sarà bisogno di un altro cerchio e di un’altra sintesi e così via all’infinito. In pratica è come quando getti un sasso su uno stagno e questo comincia a fare tanti cerchi concentrici espandendosi sempre di più; alla fine però si esaurisce. Questo è un altro motivo per dire che il che il sistema hegeliano è anche un insieme di circoli concentrici. In tutti i casi la sarabanda delle sintesi resta infinita a meno che a un certo punto non finisca la contraddizione e con essa anche la storia ( e l’infinito?). Insomma la cattiva infinità ritorna sempre in un modo o nell’altro, anche se è fatta di momenti parzialmente appaganti; così la sintesi e il cerchio non sono chiusi veramente, diciamo che restano socchiusi…Certo l’autocoscienza è infinita come movimento perpetuo ma anche come conoscenza dell’infinito, infatti l‘universo si conosce tramite l’autocoscienza e viceversa; ma un pezzetto alla volta. In questo senso l’autocoscienza è sottomessa all’ignoto e allo stesso infinito spaziale cioè all’universo intero inteso come materia. Se si estinguesse l’uomo (come è già successo a molte specie) sparirebbe anche l’autocoscienza forse per sempre, e a questo punto lo spirito poveretto andrebbe in default; sempre che addormentato nella materia non decida di svegliarsi da qualche altra parte come intelligenza marziana. Insomma l’autocoscienza è la cosa più importante che l’ ‘uomo ha a disposizione, ma non è affatto la protagonista trionfale di una razionalità dominante bensì la tragica testimone della profonda irrazionalità del mondo: di un finito contraddittorio e di un infinito che ci sovrasta misteriosamente, Infine è profondamente condizionata da:

-dalla situazione originaria familiare

– dal contesto sociale di appartenenza

– dal livello di intelligenza dell’organo a cui si appoggia cioè il cervello

– infine soprattutto dal proprio inconscio che non ne fa una protagonista attiva ma una variabile dipendente all’interno dei meandri della mente. Alla fine parlando di autocoscienza, di infinito, di assoluto (come li intende lui) abbiamo tre sofismi della sua mitologia razionalistica…

Dopo aver parlato del rapporto tra autocoscienza e infinito parleremo della connessione tra finito e infinito. Il finito in Hegel inizialmente è alquanto derelitto e defilato. Perché il finito è finito? Ovviamente perché è sempre una parte limitata e circoscritta, perché fatta a sua volta di parti. Infatti perché finisce? Perché queste parti o originariamente o nel tempo, prima o poi diventano conflittuali, corrompono e rompono la forza unitaria dell’ente che le teneva compatte, quindi si sciolgono e disperdono. Fin qui abbiamo una concezione triste (ma vera) del destino del finito in relazione ai suoi limiti: si sciolgono in senso peggiorativo. A questo punto Hegel facendo una di quelle giravolte che gli piacevano tanto, arriva a una soluzione opposta: la fa per rivalutare sia il finito che l’infinito. Accade che il finito essendo una parte è attirato quasi risucchiato da una totalità più grande di lui, ossia rompe i suoi limiti ma nel senso di un autosuperamento e di un inveramento in qualche cosa di più grande, talmente grande da essere l’infinito stesso. Ma vediamo come accadono questi passaggi decisivi.

A dire il vero dobbiamo partire da una concezione cognitiva del processo veritativo in Hegel, per poi arrivare all’infinito che è in realtà una metafora (soprattutto di tipo mistico) molto più estesa ( e indebita) di tutto il processo.

Secondo Hegel la verità non sta certo nella parte distaccata (astratta) ma nel maggior numero possibile di connessioni e collegamenti rintracciabili. Per far questo usufruisce del concetto di totalità organica dove tutte le parti sono collegate strettamente e necessariamente tra di loro. Quindi la verità della parte si ritrova solo quando la si ricolloca adeguatamente nella sua totalità organica di riferimento. Il guaio è che questo processo avviene per lo più per via deduttiva e non sperimentale (nonostante che Hegel a parole le dia una certa importanza). Quindi alla fin fine la famosa totalità organica ricostruita e svelata è pur sempre un universale o un sillogismo (certo hegelianamente rinnovati e riformati) reperito alla fine della dialettica triadica (tesi,antitesi e sintesi) Fin qui si potrebbe esser parzialmente d’accordo se questo andasse inteso in senso metaforico e relativo: senza il mito della totalità a tutti i costi e aggiungendo in modo decisivo anche la via sperimentale. E’ importante, ma solo come idea regolativa e non come imposizione ontologica come vorrebbe Hegel. Infatti la totalità organica come la intende Hegel non esiste nel microcosmo e a maggior ragione nel macrocosmo, cioè nell’infinito. Va bene, esiste ma non in quel senso così rigoroso e integralista come vorrebbe. Questa visione sottende e spiega la sua esaltazione della razionalità in un universo (secondo lui) ordinato per totalità organiche e che trova in quella infinita la totalità organica di tutte le totalità organiche. Ma non è così, perché una totalità organica illimitata, senza limiti, è una contraddizione in termini, ma anche perché l’universo va verso un disordine inesorabile e peggiorativo. Ora è vero che Hegel per ovviare a ciò cerca di riportare la totalità organica a un circolo, infinito compreso, tale per cui il suo sistema è anche un circolo di circoli; ma non secondo il concetto di ordine e di organizzazione come lo voleva lui, tale per cui alla fine tutto tende a un miglioramento razionale e verso la libertà (?). E’ anche vero che il finito si realizza nell’infinito e viceversa; ma non secondo la prevalenza necessaria di un progresso inesorabile ne da una parte ne dall’altra. In tutti i casi non è vero che secondo un ragionamento quanto mai arduo e improbabile nell’infinito limite e illimite superano la loro contraddittorietà in nome della negazione determinata. In questo senso il finito è negato ma anche conservato nell’infinito. Ancora una volta questo avrebbe senso se ogni parte fosse veramente collegata con tutte le altre. Ora anche se esiste il collegamento a distanza senza che le parti si tocchino, in una distanza infinita questo non avrebbe più senso: sarebbe come pensare che uno starnuto di un marziano possa scatenare sulla terra una tempesta. Ancora una volta Hegel si arrampica sugli specchi pur di salvare un concetto tanto caro al romanticismo in senso mistico e sentimentale, quello di infinito appunto. Naufragar m’è dolce in questo mar, soprattutto la verità…

ASSOLUTO IN QUANTO DIVINO

In realtà la nostra lingua fa dell’assoluto appunto un assoluto: cioè un qualcosa che ha tutte le perfezioni possibili. Tale per cui se gliene manca anche una sola non è più assoluto.

Riferendoci a un ente spirituale (immateriale) onnipotente e omniscente ricadiamo subito in una serie di contraddizioni letali per il concetto in se stesso. Per questo motivo ci occuperemo della triade divina plotiniana e cristiana non tanto in sede di ricostruzione storica ma per rimarcare le assurdità in cui ricadono alcune (tutte) tra le principali elaborazioni di un assoluto divino.

– infatti il divino dovrebbe avere tutte le perfezioni necessariamente; ma se ha la necessità allora non ha la libertà. Un essere perfetto autonecessitato presenta un automatismo che gli leva per così dire la vera spiritualità (che già secondo Hegel è soprattutto libertà). Inoltre un essere che non è libero può essere a sua volta sommamente autentico? Arrivati a questo punto potremmo fare una terribile scoperta, ossia la libertà, quella che dio non può avere, è libertà di sbagliare e di fare il male, cioè la specialità degli esseri umani; ma questa all’uomo non gliela ha regalata nessuno, se l’è presa da solo. Ma questo accade proprio perché non esiste nessun assoluto.

– questo essere spirituale ha creato il mondo materiale: come fa un essere perfetto a creare la imperfezione? Come fa un essere immateriale a entrare a contatto con la materia? Sarebbe peggio ancora se, come sostengono i cristiani, creasse la materia dal nulla. Questa spaventosa potenza che fa partorire tutto dal nulla è semplicemente un enorme misterioso azzardo. Sembrerebbe che ultimamente anche la meccanica quantistica affermi qualcosa del genere , ossia la creazione dal nulla o meglio dal vuoto. Tuttavia qui si gioca con le parole come i sofisti e i prestigiatori. C’è un vuoto ma non è assoluto quindi non è un nulla. Infatti è attraversato da energia elettromagnetica e l’energia come si sa anche massa. Questa comunque produce a sua volta delle particelle e da queste la catena della materia. La creazione dal nulla non esiste ne per il dio cristiano ne per i sofisti quantistici semplicemente perché è impossibile. Per i primi su di un piano logico (dal nulla il nulla) per i secondi su un piano sperimentale. Tuttavia il dio immateriale dovrà pur entrare in contatto e sporcarsi con la materia, ma questo è disdicevole: figuriamoci quando Gesù diventa carne non per godere ma per soffrire. E’ si onnipotente ma anche masochista.

– Dunque il dio personale ha tutte le perfezioni compresa quella etica: quindi è un sommo bene che vuole il sommo bene. Peccato che questo mondo è stato creato con ogni evidenza originariamente nel male e nel dolore e continua ad esserlo: dov’era questo fantomatico Dio all’inizio di questa pessima creazione? Anche adesso potrebbe essere citato, nonostante la sua presunta onnipotenza, per omissione di soccorso. Come diceva Epicuro se volesse salvare il mondo e non può è impotente due volte: prima ha sbagliato e poi non ha saputo rimediare; se può salvarlo e non lo fa è addirittura connivente col male, ci viene da dire, fin dall’inizio. Pensiamo alla figura di Gesu che è intervenuto, si è sacrificato ma il mondo è rimasto come prima e anche peggio… Nella favoletta cristiana la vera colpa (dio nonostante la sua onnipotenza è innocente) è solo dell’uomo: Dio gli ha fatto il grande meraviglioso regalo della libertà, cioè di condannarsi con le sue stesse mani. Ora possiamo osservare che dio sapendo già come andava a finire forse poteva agire diversamente…ad ogni modo resta una favola anche nel suo significato mitico letterario. In tutti i casi Dio, come qualsiasi padre che si rispetti, è anche responsabile della condotta del figlio: figuriamoci un padre onnipotente. Quindi un vero padre perfetto educherà i figli alla meno peggio e non al disastro. Oppure vuoi vedere che anche nel caso di dio, come in certe famiglie per bene, i figli sono cresciuti criminali lo stesso? Ma porca miseria…Però almeno occuparsi dei figli… e non lasciarli allo stato brado… dando poi a loro la colpa di tutto lavandosi le mani…Mi pare di vederlo al commissariato mentre si lamenta che ha fatto di tutto per educarli bene quando in fin dei conti hanno solo rubato una mela…Secondo i greci dio non poteva interessarsi di nulla perché non gli mancava nulla e godeva beato della sua felice saturazione addirittura senza pensare a nulla; forse era già una forma estrema di nirvana? In ogni caso quando ha incominciato a pensare a se stesso sono incominciati i guai perché si è sdoppiato uscendo dalla sua perfezione.

Ma chi glielo ha fatto fare? L’essere Uno di Plotino è talmente potente che sovrabbonda da se stesso in uno stato di emanazione continua; ma non si era detto che era indifferenziato, che era imperturbabile; ma come fa ad esserlo uno che eccede da se stesso? Il Dio cristiano lo fa per amore anche se dopo si scopre che in realtà è condannato a un destino alquanto incerto e doloroso. Il concetto di assoluto in riferimento a Dio che sia personale o una entità impersonale, richiederebbe il concetto di una potenza assoluta intoccabile, una unità fondamentale che non può disperdersi ne frazionarsi. Certo nel caso di Plotino il suo dio impersonale proprio per questo non è appunto ne passionale ne appassionato e non ha il problema dell’etica. Se non è interessato a nulla tranne che a se stesso, il problema del bene non si pone nemmeno; ma forse nemmeno quello perché sarebbe comunque stressante. E’ già lui il sommo bene nella sua autarchica indifferenza. Per i Greci dio, non mancando di nulla, esisteva in una forma di perfezione estatica anche esistenziale , cioè era eternamente felice e e quindi immobile: infatti uno si muove solo se gli manca qualcosa; o perché ne soffre o perché la cerca. Pertanto non poteva scandalosamente occuparsi dell’universo e ancora meno soffrire per esso. Quindi il sacrificio di Gesù per i Greci, ma forse non occorreva essere sommi filosofi, era folle da tutti i punti di vista. A volte gli assoluti si ridicolizzano a vicenda. Secondo Plotino l’essere inferiore (Intelletto e Anima) è una produzione energetica che procede automaticamente dalla eterna inesauribile sovrabbondanza di quellosuperiore, ossia l’Uno che è il vero assoluto. L’Uno è il pensiero divino allo stato puro ossia privo di divisioni quindi è indefinibile e ineffabile. L’intelletto è il pensiero che pensa se stesso e quindi non solo genera la prima divisione , ossia dio che pensa se stesso per la prima volta, ma a seguire tutte le altre, come per esempio le idee platoniche che permetteranno i modelli necessari per forgiare le cose. A questo ci pensa il terzo dio ossia l’Anima che fa da intermediario fattivo tra il pensiero e la materia creando il mondo. Subito dopo però è costretta a degradare producendo la sua mondanizzazione. Questo per il semplice motivo che il mondo è evidentemente incontestabilmente degradato verso il basso. Ma allora questo surplus è sempre lui o non è più lui; e se poi si presenta come un derivato degradato non è più un vero assoluto come il suo algido insensibile papà. Facendo questo Plotino si trovò in contraddizione con la sua trinità (UNO, INTELLETTO, ANIMA); ma non la risolse anzi la peggiorò. Pensiamo subito all’altro caso della trinità cristiana che sembra sia nata per una sorta di competizione ideologica.

Questa invece pretendeva di risolvere tutto mettendoli sullo stesso piano. Dunque sono tre assoluti? O ciascuno è un terzo di assoluto... Infatti resta il problema che il mondo, il nostro dannato mondo eracliteo comunque esiste: dunque chi lo abbia prodotto, come si è prodotto con la sua maledetta dolorosa molteplicità? Plotino è costretto parlando di emanazione, ad ammettere che i suoi tre assoluti in realtà degradano come la serie A, la B e la C; anzi addirittura la serie C ossia l’anima degrada a tal punto nella materia da quasi coincidere col nulla…

Non solo ritornando all’inizio il suo assoluto primo e originario neanche a farlo apposta si chiama UNO: e tale dovrebbe restare, infatti non si degrada, è sempre pieno, si sgrava ma senza perdere niente. Non perderà nulla ma trova lo stesso la sua diversità per giunta discendente.

Però ha due inconvenienti: uno lo abbiamo già detto, i suoi derivati non sono più assoluti. Inoltre essendo uno indifferenziato non è neppure definibile: è indicibile, è ineffabile. Ma se non sappiamo nemmeno cos’è che ce ne facciamo? Solo degli esercizi spirituali per allontanarci dalla materia: questa è sempre stata la principale occupazione delle classi dominanti.

ASSOLUTO MATERIALE

– Se noi guardiamo il concetto di assoluto dal punto di vista della materia dobbiamo addirittura fare riferimento a primi filosofi presocratici che dissero che tutto derivava da elementi materiali tipo acqua, aria, fuoco ecc.

In questo senso l’assoluto era si la materia ( nel senso più evoluto l’atomo) inteso come:

-l‘origine di tutto. Questo punto è plausibile. Tutto si origina dalla materia.

alla fine del ciclo ritorna alla materia :tutto finisce, si decompone e ritorna da dove è partito

struttura in modo permanente le cose. Questo lo fanno gli atomi ma gli atomi sono decine . Ogni atomo è un assoluto?

– infine si rigenera e il ciclo riparte in una specie di resurrezione eterna. Anche la ciclicità della materia è plausibile ma fino a un certo punto. Infatti l’entropia ci dice che i processi dopo un po sono irreversibili e non tornano più indietro. Insomma la ciclicità non è eterna, si esaurisce. Infine tutto questo prevede un senso molto ordinato dell’universo che invece non c’è; ancora una volta è proprio la entropia che ci dice che l’universo tende al disordine in senso peggiorativo. Dire che l’entropia è il vero assoluto significa dire il contrario del punto di partenza: significherebbe dire che l’assoluto è un non assoluto. Insomma avrebbe un brutto voto in condotta (crea sofferenza e turbolenza), in applicazioni tecniche (distrugge quello che crea) in geometria (va verso la irregolarità) Avrebbe anche un brutto voto in metafisica distruggendo il concetto di eternità se non per il grado zero della materia in cui precipiterà a lungo andare l’universo intero. In tutti i casi questo accade per la sopravvivenza di una mentalità religiosa anche in un ambito materialistico.

Ricordiamo infine che in tutti i casi non esiste l’eterno ritorno che prevede che tutto ritorna perfettamente uguale a prima. Anche questa è un’altra cavolata metafisica pazzesca. Un cosa che accade dopo non è la stessa del suo primo evento, non può essere uguale per un semplice discorso di successione temporale: il secondo è secondo e non può ritornare primo. I gemelli perfettamente identici che si ripetono all’infinito sono una follia. L’orologio del tempo non batte le ore simultaneamente (alla faccia di Jung) : la stessa cosa non può accadere nello stesso medesimo istante sovrapponendosi all’infinito. Infine se si ripete dopo un tempo lunghissimo è evidente che non potrà essere proprio lo stesso, non può stare in stand bay all’infinito e dove in un frigorifero ontologico? In realtà il suo concetto base riguarda la non degradabilità della materia originaria tale per cui in un lasso di tempo lunghissimo tutte le combinazioni possibili si ripetono; ma non è possibile perché l’entropia a ci dice che invece la materia e l’ordine degradano e non si ripetono; ma ribadiamo, la semplice successione o un intervallo lunghissimo impediscono che siano la stessa cosa. Tra un miliardo di anni berrò lo stesso caffé? Forse gli atomi non degradano (?) ma il caffè si.

Dunque la verità assoluta sembrerebbe esistere solo da un punto di vista logico ma è solo una apparenza e una illusione che riguarda una certa parte della realtà e non tutta la realtà; ma se non riguarda tutta la realtà allora non è assoluta. E’ assoluta a compartimenti stagni contraddicendosi nei termini.

ASSOLUTO LOGICO

Prima di tutto cerchiamo di dare una definizione di logica. Però per fare questo dobbiamo prima spiegare che cos’è il determinismo fattuale. Quando due fatti o due eventi si trovano in un rapporto assolutamente necessario di consequenzialità tale per cui dato un certo antecedente ci sarà sempre un conseguente costante allora qui c’è il determinismo: più semplicemente è un rapporto di causa effetto inderogabile e sempre uguale. Stando quella causa ci sarà sempre quel determinato effetto. Questo a meno che uno dica che si evacua per abitudine e non per necessità come vorrebbe Hume. Possiamo fare esempi facilissimi: se uno non mangia o non respira (causa) allora morirà (effetto). Detto questo resterebbe da stabilire se tutta la realtà è deterministica e quindi sviluppata e strutturata in modo assolutamente necessario oppure no: se esiste anche il caso e a sua volta con quale importanza.

Essendo noi eraclitei riteniamo che esistano entrambi gli opposti che si convertono l’uno nell’altro , che la causa diventa effetto e viceversa, che il caso diventa necessità e viceversa, sicuramente con maggiori probabilità per il caso come testimonia anche la teoria evoluzionistica.

Quello che accade con i fatti può accadere anche con i concetti e con le sequenze concettuali le quali sono legate da connessioni necessarie in base alla derivazione di senso. Ricordiamo che anche la matematica e la geometria sono in realtà dei concetti anche se sono scritti in modo che non sembra discorsivo con una scrittura alfa numerica particolare. Siamo dunque entrati nel regno della logica.

Anche il sillogismo aristotelico che è stato la prima forma di logica (cioè la scienza della rigorosa e coerente concatenazione dei concetti) funzionava così; date due premesse, finché restavano le stesse, anche la conclusione era sempre uguale; così anche le operazioni matematiche le quali per quanto complesse, se riportano gli stessi coefficienti, il risultato finale sarà sempre lo stesso.

A questo punto possiamo farci le seguenti domande:

– il determinismo fattuale è anche sinonimo di perfezione? Certo che no: anche se gli eventi si susseguono necessariamente come contenuto non saranno mai perfetti seguendo il destino di tutto ciò che è materiale.

– il determinismo logico concettuale potrebbe essere costruito in modo perfetto? La risposta è si ma esclusivamente a un livello formale di puro pensiero. La perfezione vale solo in quella dimensione astratta e mentale. Tanto è vero che lo stesso spartito perfetto nella realtà può essere eseguito in mille modi diversi. Il ritornello l’essere è e non può non essere è solo una affermazione linguistica che non ha di perse una corrispondenza automatica con la realtà facendo in modo che il suo destino logico e quello ontologico delle cose sia lo stesso rendendole eterne. Anche la geometria ha triangoli perfetti mentali ma poi nella realtà la loro misurazione non sarà mai perfetta anche di un millimetro. Questo è molto grave perché ciò testimonia che il passaggio dalla forma logica a quella ontologica non è proponibile e non è effettuale. Se fosse così il pensiero e la realtà sarebbero appunto la stessa cosa, sarebbero sullo stesso piano: ciò implicherebbe che anche la realtà è un forma di pensiero, insomma una specie di sogno. Ecco una discussione critica che ci porterebbe molto lontano e che faremo più avanti.

La perfezione formale del triangolo perfetto non impone alla realtà la stessa valutazione in ambito materiale. Tuttavia se anche un solo atomo si annullasse di tutti quelli infiniti che dovrebbero restare eterni, tutta la costruzione di Severino crollerebbe di colpo.

Infine non esiste una sola logica o una sola geometria: se sono tante obbediscono lo stesso a un destino pluralistico e in definitiva relativistico. Sono allora assolute ? Come forma si, ma come partecipazione alla realtà no proprio perché valgono solo nella loro dimensione escludendo quella reale. Quindi valendo per una sola parte della realtà non sono assolute. . .

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Sappiamo che nella visione immanentistica e panteista di Hegel tutto è assoluto in quanto tutto è divino; nello stesso tempo c’è una gradazione di livelli di assoluto (e questa è già una bella contraddizione in senso negativo) tale per cui a rigore ciò che appare casuale e contingente non fa parte (non dovrebbe far parte…) dell’assoluto in quanto non è veramente razionale. Nello stesso tempo ci sono livelli che sembrano rappresentare l’assoluto meglio e più avanti di altri. Per esempio:

– il momento della sintesi nella triade dialettica è il momento più alto della razionalità. Questo funziona anche attraverso la negazione determinata. Tesi e antitesi sono opposti ma la sintesi riesce a riunirli e compenetrarli ( sia pure provvisoriamente) in quanto la negazione determinata non ha un effetto solo critico distruttivo ma salva gli elementi più positivi degli enti e dei concetti a cui si applica: in questo modo riduce la conflittualità e negatività ampliando la positività unificante. Ma questa specie di miracolo accade nella realtà o è solo un artificio mentale e tale resta?

– la parte logica del suo sistema rivendica due peculiarità: di essere formalmente perfetta (ma non è vero). Infine di presiedere alla stutturazione di tutto quello che esiste. E’ lo spirito, ossia la energia razionale che muove l’essere, che facendo ciò segue e obbedisce alla logica come un maestro d’orchestra eseguisse uno spartito.

– ovviamente l’autocoscienza che è il motore e il display dove appare tutto ciò.

Detto questo Hegel potrebbe rivendicare il primato della logica nella sua perfezione formale tanto è vero che è eterna e persino precedente alla creazione del mondo nel senso che rappresenta l’eterno libretto di istruzioni che presiede alla produzione ed esistenza di qualsiasi ente. Quindi anche una forma di razionalità suprema. Invece questo non accade perché non dimentichiamo che Hegel detesta tutto quello che è solo formale e quindi vuoto. A un certo punto dice che la logica è solo un vuoto fantasma mentale, è il regno delle ombre in quanto effettivamente il vero assoluto si incarna nella natura e nella storia e soprattutto nelle formazioni culturali più elevate (religione,arte, filosofia), è insomma quello che accade veramente e di cui anche la logica è solo un parte. Come al solito Hegel vuole ma botte piena e la moglie ubriaca: vuole esaltare la logica ma alla fine la realtà è più importante. Se tutto è assoluto, se ci sono degli assoluti più importanti di altri alla fine cosa è veramente assoluto in questa specie di macedonia rindondante?

Più in generale la verità sembrerebbe assoluta come produzione puramente mentale e formale di una costruzione logica perfetta: questo riguarda tutti i linguaggi astratti e formali come la logica la matematica ecc. Volendo persino la musica se dovessimo accettare che anche il silenzio e le pause sono una parte del suono (?) A parte il fatto che forse nemmeno la matematica o la logica sono veramente perfette: o meglio ciascheduna lo è solo nel proprio campo in base al suo tipo particolare di deduzione logica coerente dall’inizio alla fine. Ma come possono esistere diversi tipi di matematica , geometria e logica (quanti?) così è ovvio che non esiste una logica universale omologata e quindi assoluta. E’ evidente che il linguaggio umano ha in se i limiti della condizione umana, non ha caratteristiche divine miracolose. In se stesso è limitato e non può farsi carico simultaneamente di tutte le prospettive interpretative: se lo fa lo fa una alla volta. L’assoluto moltiplicato e poi relativizzato nelle singole prospettive non è un assoluto ma la nostalgia fallimentare di se stesso. In questo senso l’assoluto o non esiste o ancora una volta é inattingibile se non per immagini, simboli e metafore: anche quando lo fa concettualmente da solo la illusione e la pretesa del vero assoluto mentre è solo l‘esercizio funambolico di un linguaggio specialistico. Tuttavia solo certa logica filosofica pretenderebbe di imporsi come evidenza ontologica alla realtà, ma la matematica e la geomeria per fortuna no: non pretendono di imporre alla realtà il triangolo perfetto come invece la famosa formula dell’essere parmenideo (l’essere è e il non essere non é) che vorrebbe dimostrare e imporre, tramite la sua eterea perfezione logica, l’eternità ontologica dell’essere. Siamo partiti dicendo che la logica relativistica della complessità e dinamicità degli opposti vale anche per piccole porzioni di materia, figuriamoci per l’universo intero o per le grandi questioni filosofiche, che pretenderebbero di risolversi solo in virtù del pensiero dimenticando che siamo immersi e dipendenti dalla materia.

La logica che è un linguaggio astratto autoreferenziale non può imporre al di fuori di se stessa la sua coerenza narcisistica e teoreticistica come se fosse a sua volta una forza coatta materiale ontologica. In tutti i casi la non perfezione della materia non ha impedito alla scienza di raggiungere risultati straordinari attraverso degli accorgimenti pratici. Anche la scienza cerca di avvicinarsi il più possibile all’ideale perfetto sapendo però che è irraggiungibile; in tutti i casi la verità assoluta resta per la scienza una chimera. Infatti rivendicare il possesso di una verità assoluta significa per converso ritenere che l‘assoluto esista e soprattutto che sia raggiungibile. Se l’assoluto esiste è perfetto e incondizionato a fronte di in un mondo dove tutto è imperfetto e condizionato: quindi se esiste sta al di fuori del mondo.ed è inattingibile. Per evitare questo dilemma (visto che il mondo comunque c’è) i cristiani si sono persino inventati che dio produce dal nulla e poi abbandona l’universo al suo destino dopo avergli dato delle regole molto discutibili. Ma un Dio personale somma tutte le perfezioni , la massima intelligenza, la massima bontà, tutti aspetti che non collimano con un mondo pazzo e pieno di malvagità, un mondo che di etico non h a nulla pur derivando da un essere supremo che si suppone massimamente etico.

Non solo ma essendo perfetto non si capirebbe nemmeno come potrebbe entrare in contatto o produrre un mondo imperfetto. Per noi l’infinito non è un concetto astratto ma una serie infinità di parti finite di cui noi, per quanto ampia sia la nostra conoscenza, non raggiungeremo mai i confini reali ( ovviamente se è davvero infinito) quindi non sono solo spaziali ma temporali. L’idea di essere in grado prima o poi di percorrere distanze infinite dopo aver raggiunto magari la eternità biologica sembrerebbe appartenere alla peggiore fantascienza. Per quanto grandi siano le nostre supposizioni non potremmo mia arrivare alla conoscenza dell’infinito come se fosse attuale rispetto a quello che è veramente accaduto una infinità di tempo fa. Senza contare che in realtà anche della nostra attualità presente non siamo completamente padroni ne teoricamente ne praticamente. Ancora oggi una piccola scoperta nella preistoria sembra cambiare di colpo le carte in tavola, figuriamoci per quanto riguarda l’universo. L‘ignoranza del passato incombe sudi noi.

SOCRATE E KANT CONTRO L’ASSOLUTO

Sappiamo che su questo rifiuto dell’assoluto la scienza è già molto vaccinata. e. Il primo che ci ha messo in guardia contro l’assoluto è stato proprio Socrate quasi all’inizio della filosofia col suo famoso detto “SO DI NON SAPERE”. Questo si riferiva polemicamente non solo alla gerarchia di infinite opinioni dalle più basse alle più alte, a quelle pseudo certezze che presentandosi come assolute proprio per questo si difendono e diffondono in modo infondato e quanto mai aggressivo e fanatico; ma faceva riferimento anche ai concetti apparentemente più grandi, perché anche questi quando credono di avere in pugno l’assoluto, (dando alla verità un significato apologetico imperiale addirittura ultra terreno) rischiamo di porre fine alla ricerca per sempre. Infatti se possiedo, se manifesto l’assoluto che senso ha cercare oltre? Molti secoli dopo ci ha pensato Kant a dare un bel rinforzo antimetafisico a riguardo dei limiti del sapere umano. Tornando a Socrate ci ha insegnato che noi possiamo conoscere solo i singoli enti e le relazioni tra gli enti, ma mai in modo completo: infatti il suo concetto supremo di verità, cioè l’universale raggruppava in modo coordinato e organizzato gli elementi fondamentali di un determinato ente. Pertanto era una sintesi relativa e provvisoria circoscritta a sua volta a singoli enti o a contesti limitati del sapere: un risulto storicamente e processualmente aperto da rinnovare sempre in collegamento con le più grandi menti del suo tempo. A maggior ragione alla totalità suprema (ammesso che esista) ci si può solo avvicinare per congetture e per metafore senza una vera certezza completa e definitiva. Le cause e i principi ultimi e originari magari forse esistono veramente ma vanno ben oltre le nostre esperienze temporali di vita . Non siamo in grado, e farlo sarebbe pericoloso, di ridurre una infinità di enti e di cause attuali e passate a una specie di super ente o di super ragione logica che spieghi tutto sinteticamente. In questo senso una sintesi suprema che spieghi il tutto in modo esaustivo diventa una specie di chimera mitologica ontologica, cioè la cosa da cui più di tutto il pensiero onesto consapevole dei propri limiti, deve star lontano. Certo anche Socrate ha spesso ambiguamente trescato con la religiosità popolare del suo tempo: contraddizione o semplice gioco difensivo che però non gli eviterà la condanna a morte proprio per immoralità antireligiosa. Molti secoli dopo Kant ripropone l’anatema contro l’assoluto in termini più moderni e specifici: non ha senso pretendere di svelare e certificare ciò che è invisibile, non attuale, non sperimentabile (nel senso di vissuto) saltando la propria ombra attraverso una logica pura come se il pensiero e la realtà fossero la stessa identica cosa; mentre al contrario una maggior concretezza del sapere è stata raggiunta in epoca moderna proprio dalla alleanza di fisica e matematica. Solo la ragione, ossia una teoria pura che ricerca spiegazioni totalizzanti ultra sensibili, sente la esigenza incoercibile e la presunzione di poterlo fare, in preda alla illusione della propria onnipotenza pseudo logica. Approfittando dei bisogni troppo umani di una verità assoluta, determina una trappola seduttiva e speculativa estremamente pericolosa quanto più illusoria. A questo proposito in prima battuta possiamo dire questo: la logica deduttiva perfetta (l’essere è il non essere non é) pretende di imporre alla realtà, in base alla famigerata coincidenza di parole e di cose, le regole indefettibili della sua stessa esistenza. Tuttavia una equazione algebrica o geometrica originariamente perfetta, applicata alla materia perde automaticamente la sua perfettibilità: non può imporgliela nonostante la perfezione della sua astrattezza formale, perché la materia imperfetta e dispettosa avrà sempre l’ultima parola. Pertanto il triangolo perfetto è solo una costruzione virtuale concettuale e mentale ma non esiste affatto nella realtà dove tutti i triangoli sono imperfetti. Al contrario la perfezione logica deduttiva metafisica pur restando circoscritta nel suo splendido isolamento, impone alla realtà la sua categorizzazione ontologica. Dunque la prima ha poteri miracolosi, che non si esauriscono in un espressione linguistica, sconfinando addirittura nel dominio totale della ontologia; la seconda deduzione di tipo matematico e geometrico invece, nonostante la sua perfezione formale, deve scendere a patti con la concretezza empirica e relativistica della realtà. A questo livello la famosa coincidenza perfetta non esiste. Kant inoltre pone un’altra questione decisiva : noi possiamo solo conoscere i fenomeni, cioè la forma superficiale (siluette) delle cose, per giunta sotto forma di apparenza in quanto anche questa è in realtà deformata a sua volta dalla limitazione dei nostri sensi. Non conosciamo la essenza perché non conosciamo la materia interna (questo però non esclude, andando oltre Kant, una sua possibile conoscenza progressiva come in effetti accadrà). Facciamo un esempio semplicissimo. La realtà lascia una traccia sui nostri sensi: pensiamo a una forma sulla sabbia, per esempio una T. Ma di che materia era fatta quella T che poi si è stampata sulla sabbia? Di legno, di ferro, di oro o che so altro ? Come vedremo questo pensiero risulterà paradossale e in parte superabile; ma resta il fatto che l’essenza delle cose come sistema ultimo in direzione dell’assoluto resta estremamente problematico. Questo però è già un modo per porre sul piatto un’altra questione decisiva: non possiamo condannare del tutto l’uso che la categoria della ragione della totalità, ma appunto solo il suo utilizzo metafisico ultra sensibile. Altrimenti condanneremo anche ogni forma di sintesi e di costruzione sistematica sempre più ampia e di contesti interconnessi tra di loro. Infatti in ogni caso la verità è la ricerca della totalità per quanto è possibile, quindi non può essere la parte staccata dal tutto, anche se indubitabilmente gli elementi più piccoli , l’atomo e la cellula, hanno portato a straordinarie scoperte in ambito scientifico. Infatti la verità è sempre il frutto parziale e contingente (totalizzazione relativa) di una dialettica circolare e incessante di analisi, verso il più piccolo, e di sintesi verso la ricomposizione della unità complessiva e identitaria tendenzialmente sempre più ampia: il che significa un confronto e una connessione con altre totalità. Questo fino a quando sarà possibile mantenere i canoni del rigore logico e della verificazione empirica. Questo processo così complesso avrà sempre bisogno puntualmente e perquanto possibile della convalida di un adeguato principio di verificazione. Solo in questo modo possiamo riportare i voli pindarici della mente con i piedi per terra. La ipotesi potrà cercare di essere realistica per avvicinarsi il più possibile al successo sperimentale. Tuttavia potrà anche usufruire di tutti i mezzi a sua disposizione per sviluppare a livello intuitivo e concettuale, tutte le possibilità della conoscenza teorica in attesa di trovare finalmente le condizioni del suo accertamento empirico. Per questo le teorie possono stare indefinitamente in stand bay fino a quando non verranno definitivamente scartate oppure convalidate. In caso contrario resteranno solo un sogno della mente che però, per quanto ben costruito e congegnato in una forma perfetta, rimanda solo a se stessa: un gioco del pensiero, una mera espressione linguistica però vissuta e contrabbandata come se fosse la realtà. Pretendere che i concetti logici puri (auto fondati) e tutti i sogni mentali (mitici e religiosi) corrispondano alla realtà, siano la realtà, questa è propriamente la magia dei primitivi e subito dopo della metafisica antica e moderna. I primi sciamani davano alle parole uno straordinario potere magico simbolico; successivamente gli sciamani metafisici danno ai concetti un potere miracoloso logico ma si tratta sempre di espressioni verbali fini a se stesse con valenza demiurgica infondata.Pertanto anche il pensiero puro, con la sua logica astratta perfetta, se pensa di fornire autarchicamente e automaticamente la spiegazione e la fonte dell’esistenza resta su di un piano mitico. Finché non esce dal copione verbale, diventando attore concreto sul palcoscenico della realtà attraverso forme di sperimentazione, si comporta sempre come un sogno mentale. Un mondo di fantasmi metafisici sorvola e scardina la realtà dei poveri umani travolti da false apparenze fornite subdolamente (?) da quello stesso essere che rivendica la propria eternità in nome di una verità assoluta. Sarà anche il sogno più sofisticato che ci sia, ma èal massimo una ipotesi genialenel cielo delle verità dipinte anti realistiche e anti materialiste. Per questo motivo dovremmo parlare piuttosto che di verità (termine mitico irraggiungibile) della continua produzione processuale di metafore della verosimiglianza, di continuo tentativo di avvicinamento alla verità: tramite un dibattito teorico pubblico, intellettuale collettivo di filosofi e scienziati, e soprattutto tramite il principio di verificazione.

LA SCIENZA CONTRO L’ASSOLUTO

Restando nell’ambito della esistenza della realtà esterna è evidente che la soluzione definitiva l’ha data la scienza che coniuga l’aspetto teorico (logico e critico discorsivo) con quello sperimentale cercando le prove concrete di quello che si vorrebbe dimostrare inizialmente solo a parole.Ma perché la scienza giustamente c’è l’ha tanto con l’assoluto? La scienza si basa inderogabilmente sulla concretezza ( non dimentichiamo mai che la sperimentazione significa contatto con la materia e non con forme di masturbazione mentale) e sul processo: la scienza è persino capace di cambiare il cavallo in corsa se quello che cavalcava fino a quel momento porta a un vicolo cieco. Ora l’assoluto ( metafisico) nega la concretezza e il processo. Lo fa in modo plateale quando si presenta nella sua veste trascendente e inaccessibile lontana dal mondo. Il vero processo sta li ma non è neanche un processo in quanto se nesta vuoto e immobile. Lo fa in modo più subdolo quando si presenta sotto una veste immanente pretendendo però che il processo storico e materiale si svolga secondo i suoi canoni e le sue categorie : alla fine non è più un vero processo ma un film sovrapposto al mondo reale e spacciato per verità suprema appunto assoluta. Lo fa Hegel quando pretende che tutto ( o quasi tutto) corrisponda al movimento della triade, lo fa per esempio Severino ( e gli altri del suo calibro) quando nega il processo nichilista reale invertendolo nella forma della sua eternizzazione Secondo certi super metafisici se queste parole sono costruite secondo una sequenza logica perfetta ecco che non hanno più la valenza di un flatus voci ma costituiscono la vera rivelazione di come funziona e si struttura il mondo. In questo modo scardinando la apparenza più evidente, mostrano che il mondo funzionerebbe all’incontrario di quello che si vede: sembra transeunte ma è in realtà eterno contro ogni apparenza.. Tuttavia per noi le parole restano solo una emissione fonetica. Potrà anche avere la più grande fondazione ed evidenza logica, ma resterà solo su di un piano potenziale, per così dire astratto e virtuale, finché non troverà le prove della sua stessa esistenza non più solo verbale ma concreta e materiale. Questo però non significa affatto che la costruzione puramente logica (metafisica) venga scartata o sminuita a priori: semplicemente le viene dato il suo vero valore. E’ certamente un peso enorme come provocazione, come indizio e inizio della indagine, ma sempre come ipotesi (sarà vero? forse che si forse che no…) Questo finché la ricerca non si concluderà fattualmente per poi riprendere magari in mille altre direzioni. Infine potrà avere solo un valore critico individuando le colpe o le manchevolezze dell’esistente, quindi dando anche indicazioni circa il dover essere di chi concepisce il mondo diversamente o vorrebbe cambiarlo. Stiamo parlando di accettare il confronto ma non la convalidazione, di provocazioni mentali dagli esiti inverosimili e quindi confutando formulazioni puramente logiche che diventano ipso facto ontologiche: il che vale tanto per la vecchia metafisica che per la nuova fantascienza quantistica.

In ogni caso la critica potrà svolgersi in tutte le direzioni sia su di un piano sociologico e storico sia metafisico e teoretico; ma potrà anche sconfinare nell’arte come creazione pura di un mondo visionario che riflette il nostro bisogno di andare oltre la realtà ma senza la pretesa di determinarla come fa certa metafisica onnipotente . Insomma la critica non fa che girare attorno alla realtà ma non va a colpire il bersaglio finché non trova il successo sperimentale.

Detto questo è chiaro che si parte e si arriva nudi e crudi alla meta: nel senso che non si dovrebbe avere nessun presupposto in partenza (dando per scontato ciò che si dovrebbe dimostrare solo alla fine) e che in corso d’opera l’aspetto autocritico potrebbe farti deviare dalle presupposizioni iniziali. In tutti i casi l’ultima parola c’è l’avrà solo la verificazione se si riesce ad ottenerla e a valutarla criticamente senza cadere nella trappola opposta della adorazione dei fatti.

Tale operazione di bonifica mentale e ideologica, apparentemente così necessaria per garantire sempre onestà intellettuale, in realtà non accade mai o accade pochissimo.

Il motivo principale è la forza segreta dell’inconscio da cui scaturisce la nostra visione del mondo primaria e complessiva, ma soprattutto la forza e la tenacia coattiva con cui restiamo attaccati ad delle convinzioni che corrispondono alla nostra identità non solo intellettuale ma emotiva. Si tratta di convinzioni fondamentalmente ideologiche dalle quali è ben difficile liberarsi.

Per ovviare alla estrema soggettività e frammentazione di questo conflitto ideologico e cognitivo Aristotele e Platone già al loro tempo avevano ideato il metodo dell‘elencos.

Dato che ogni tesi ha una antitesi ( e anche di più) scattava questo incredibile procedimento:

data una tesi si cercava le formulazioni che più si avvicinavano ad essa in base allo sviluppo dei filosofi dell’epoca. Bisognava dunque individuarli e raggrupparli facendo una specie di miscellanea. Se anche una sola mini o sotto tesi presentava contraddizione veniva momentaneamente abbandonata tutta la serie. Lo stesso si faceva con la antitesi. Vinceva solo chi non presentava in nessuna delle sue articolazioni e diramazioni la nefasta contraddizione logica. Nelle epoche successive tutto il procedimento veniva ogni volta ripreso da zero. Noi potremmo aggiungere in epoca moderna anche il principio di verificazione che potrebbe avere anche lui un valore momentaneo se nel frattempo è cambiata la realtà.

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