Storia di un tradimento plurimo – PARTE PRIMA

Dal 1860 al 1946

Il giudizio finale sulla monarchia resta molto complesso e contraddittorio. In effetti unificò il paese scippando la vittoria ai repubblicani, vinse la Prima guerra mondiale, compresse moltissimo il potere temporale ma solo fino al 29 data in cui invece lo ripristinò; inoltre tramite l’alleanza di Giolitti e i socialisti intraprese una politica che portò alla rivoluzione industriale purtroppo solo al nord, al rafforzamento del partito socialista, al suffragio universale maschile. Purtroppo, in seguito durante le guerre coloniali e l’alleanza col fascismo arrivò il tradimento e il buio totale. IN POCHE PAROLE, LA MONARCHIA IL RISORGIMENTO LO HA FATTO CON MERITO, SUBITO DOPO LO HA DISFATTO CON GRAN DISONORE. Tuttavia ha sempre cercato di rivendicarne la paternità anche quando ha preso Garibaldi a fucilate sull’Aspromonte. Era troppo importante nascondere la verità in senso propagandistico come in seguito hanno fatto tutti gli altri. Questo avvenne nel corso di un lungo tradimento che la monarchia fece con l’Italia medesima più volte su più piani. Il primo fu subito gravissimo quando massacrò e depredò i meridionali gettando un’ombra sinistra sulla sua vera identità coloniale interna. In seguito, quando fece le guerre coloniali esterne, quando si alleò col fascismo dando il via a una feroce dittatura che avrebbe potuto benissimo bloccare. Lo fece al massimo livello quando coi Patti Lateranensi fece rinascere il potere temporale alla chiesa rinnegando del tutto e definitivamente il risorgimento, infine quando da ultimo accettò di seguire Mussolini alleandosi persino con i nazisti. In questo modo gettò la maschera e mostrò il suo vero volto, abiurando la politica relativamente progressista che aveva fatto ai tempi di Giolitti ( grazie ai socialisti). Il partito repubblicano rappresentava, con tutti i suoi limiti, la parte migliore del paese sia come teoria che come partecipazione di popolo. Perse a causa dell’arretramento feudale del paese vedi chiesa e monarchia, fattore principale che poi portò al fascismo. Aspetto che ancora oggi tende a far vincere le destre di fronte a una sinistra eternamente impreparata e improbabile: ieri il Pci troppo a lungo stalinista e oggi il Pd americano. Ieri al Stalin al potere, oggi gli omosessuali e i differenti… Naturalmente anche il partito repubblicano ebbe le sue contraddizioni. Cercò disperatamente di non essere una setta ma non riuscendoci alla fine perse. Ciononostante fu responsabile di grandi rivoluzioni come a Roma e a Venezia dove tenne le città insorte per molto tempo; la resistenza non riuscì mai a fare lo stesso (solo a Napoli per 5 giorni). Anche la impresa di Garibaldi contro le indicazioni di Mazzini fu in un certo senso un tradimento spaccando il partito d’Azione; ma io non mi sento di condannarlo in quanto, secondo me, lo fece per il bene supremo del paese, cioè pur di avere l’unità del paese anche a costo di far vincere gli odiati Savoia. Certe imprese terroristiche come quella di Orsini che fece esplodere una bomba a Parigi contro Napoleone III potrebbero ricondursi a quella area, in quanto si definiva mazziniano, ma quando le fece ne tradì completamente lo spirito. Inseguito anche Carducci voltò le spalle al movimento diventando dal vate della repubblica il bardo della monarchia. Tutto questo mentre il povero Mazzini trascorreva i suoi ultimi anni più solo e perseguitato che mai. Crispi addirittura col suo autoritarismo coloniale tradiva del tutto i valori repubblicani anticipando il fascismo. Evidentemente esisteva nel movimento un filone di destra che aveva frainteso completamente i principi fondamentali di Mazzini. Nel secondo dopoguerra nacque un partito repubblicano finanziato dagli americani e ispirato al loro modello che non aveva niente a che fare con Mazzini. In sintesi i repubblicani persero perché la parte migliore di una nazione è sempre una minoranza, perché lottavano contro un esercito troppo potente e infine avevano contro la coalizione internazionale che da sempre appoggia il Vaticano.

Il partito socialista, nella sua componente riformista rappresentata da Turati, fu in parte erede del partito repubblicano. Ne conservò un certo senso patriottico, ma lo liberò dalle sfumature più religiose e spiritualiste.
Questa corrente confermò l’idea di una rivoluzione democratica e sociale da raggiungere attraverso una lenta evoluzione e una progressiva maturazione culturale; fin qui Mazzini sarebbe stato d’accordo. Tuttavia mantenne anche l’obiettivo della cancellazione della proprietà privata, fatta eccezione per quella personale. Su questo punto e sulla abolizione delle classi sociali, le due ali del partito socialista puntavano su metodi e tempi diversificati:

– i riformisti immaginavano un processo lungo, graduale e politicamente mediato non allontanandosi troppo dal pensiero di Mazzini;
– i massimalisti, che poi fondarono scindendosi il Partito comunista (1921), volevano invece arrivarci al più presto attraverso una rivoluzione immediata. Cosa che promossero nel corso del biennio rosso 1919-20 attraverso un tentativo insurrezionale che poi fallì con gravissime conseguenze future (fascismo e guerra). Turati in quella occasione non fu d’accordo e frenò; come si poteva avere la meglio su un esercito già vittorioso e armato fino ai denti? La politica si fa con un sano realismo e non con emozioni, sentimenti o peggio con avventurismo ideologico. Dopo la nascita del Pci i rapporti con i vecchi compagni di partito socialisti furono burrascosi, vennero addirittura accusati di “socialfascismo” come se fossero dei traditori veri e propri: figuriamoci cosa avrebbero pensato di Mazzini e dei vecchi repubblicani? In realtà troviamo, con una grande sintesi generica, tre posizioni: la più parte dei dirigenti comunisti non ci pensava nemmeno, poiché il loro sguardo e tutta la loro attenzione era rivolta a quello che accadeva in Russia anche se a dire il vero con scarsa ungimiranza. La massa comunque seguendo lo schema classico di totale denigrazione di ciò che si presentava borghese, consideravano il risorgimento come vecchia cartaccia ammuffita da abbandonare al più presto nella discarica della storia. Anche ai vertici del partito pochi lo salvarono. Prima di tutto Gramsci che era troppo intelligente per trascurarlo evidenziando meriti e demeriti. Principalmente perché era stato fatto da una minoranza che non era veramente riuscita a coinvolgere il popolo; peccato che lo stesso farà la resistenza più tardi.

Dovremmo citare anche Togliatti se non fosse che il migliore, o il peggiore a seconda i punti di vista. Nel 1947 riconfermando i Patti Lateranensi seppellì il risorgimento definitivamente. Possiamo ricordare più recentemente lo storico Candeloro. Tutti questi ancora una volta vedevano proprio nel comunismo il completamento del risorgimento; ma non era vero: dal punto di vista democratico guardavano ancora alla dittatura del proletariato per molto tempo (la data sicura della dismissione resta dubbia; ma comunque arrivò sempre troppo tardi). Possiamo solo dire che nel 53 quando mori Stalin l’Unità uscì con gran titoloni paragonandolo quasi a Dio; e ancora nel 56 non sconfessò la invasione in Ungheria. Anche dal punto di vista della indipendenza il Pci guardava più all’Urss che all’Italia… Man mano che i comunisti si avvicinavano gioco forza alle posizioni socialiste, abbandonando o annacquando quelle marxiste classiche, non di meno continuarono a vedere i socialisti come figli di un dio minore e i repubblicani come i nonni incartapecoriti del secolo passato e sorpassato (nonostante che avessero definito garibaldine le loro formazioni partigiane). Per quanto riguarda il fascismo questi fece una complessa operazione di totale travisamento dietro al quale si nascondeva il solito tradimento totale. Elaborarono così un loro mito del risorgimento, una specie di film auto prodotto quanto mai falso e funesto.

– ripresero e rielaborarono il concetto di patria come una nuova religione ( da unire a quella della romanità) però in senso militarista, nazionalista e imperialista. Il contrario esatto di Mazzini.

– distrussero completamente la democrazia e la libertà

– crearono il mito di un Mazzini molto religioso e quasi cristiano mentre non aveva una religione particolare ed era una specie di eretico totale sui generis

– ripresero Garibaldi celebrando solo le sue virtù guerresche e dimenticando la sua autentica dimensione di vero eroe popolare. Ancora una volta, come fecero tutti, strumentalizzarono il risorgimento nel senso più opportunista e trasformista possibile.

Il partito repubblicano sicuramente aveva una concezione della patria moralista, quasi fanatica e religiosa ma per nulla militarista e nazionalista. Al punto che la sua approvazione della Prima guerra mondiale (pur perseguita da molti suoi seguaci come completamento del risorgimento) sarebbe stata alquanto problematica. Infatti, andava contro tutti i suoi capisaldi teorici e valoriali: no al nazionalismo, all’imperialismo, alla guerra di espansione, al militarismo , alla industria delle armi e al massacro indiscriminato del popolo. Al contrario era una concezione che coincideva in tutto e per tutto con la difesa del popolo visto in senso democratico totalizzante e interclassista. Soprattutto la guerra doveva corrispondere a una violenza rivoluzionaria democratica e sociale che nasceva dal basso, che si sviluppava per l’impeto del popolo oppresso e non era certo subdolamente fomentata dall’alto, ovvero da generali, re e industriali delle armi. Mazzini che aveva già sconsigliato Garibaldi dall’intraprendere la sua spedizione in quanto strumentalizzata in senso coloniale, forse non avrebbe aderito al massacro imminente della guerra moderna con strumenti di distruzione di massa. Comunque questo afflato patriotico forse eccessivo appariva necessario dati i tempi terribili e la difficilissima lotta che gli aspettava. Nello stesso tempo aveva dei grandi meriti: aver cercato di aprire gli occhi alla nazione sul trabocchetto della monarchia, di non cedere alle lusinghe di chi sembra essere più forte economicamente e militarmente (più tardi Russi e Americani?), di aver indicato nell’avanzamento e nella partecipazione democratica il vero fulcro per ogni grande mutamento economico politico e sociale.

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